Il buco nero della trasparenza: così le commissioni cinema del Mic affossano il documentario su Regeni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda del mancato finanziamento al documentario “Tutto il male del mondo”, che ricostruisce il martirio di Giulio Regeni attraverso il racconto del processo e il dolore della sua famiglia, ha smosso le acque stagnanti della burocrazia culturale italiana più di quanto non abbiano fatto anni di critiche sorde. La doccia fredda, per i vertici del Ministero della Cultura (Mic), è arrivata sotto forma di due dimissioni eccellenti – quelle del critico Paolo Mereghetti e del consulente Massimo Galimberti – subito seguite dal passo indietro di Ginella Vocca, la quale ha dichiarato di essersi fermamente opposta a quella bocciatura che considerava, a suo dire, sbagliata “sotto ogni profilo”. Eppure, al di là del caso specifico che ha riacceso i riflettori sul ricercatore ucciso al Cairo nel 2016, è l’intero meccanismo di valutazione a mostrare crepe profonde, in un sistema dove la discrezionalità assoluta sembra aver preso il posto di qualsiasi criterio oggettivo.

L’opacità dei 27 esperti e la lottizzazione silenziosa

La legge parla chiaro (almeno nelle intenzioni), richiedendo esperti “altamente qualificati” e di “comprovata esperienza” per comporre le commissioni che assegnano i contributi selettivi; peccato che, scorrendo i nomi di quei 27 membri, ci si imbatta in figure il cui legame con il cinema e l’audiovisivo appare quantomeno evanescente. Non si tratta di una semplice impressione, ma di una constatazione che alcuni osservatori fanno ormai da tempo: accanto a professionisti di indubbio valore, siedono consiglieri la cui nomina – come nel caso di Ivan Cardia o di Benedetta Fiorini – sembra premiare più la fedeltà politica o le frequentazioni negli scranni del Parlamento che non un reale curriculum nel settore. Questa commistione, che mescola competenze tecniche e rendite di posizione, genera una paralisi strutturale nella quale il lavoro di selezione delle pellicole e dei festival – un lavoro che dovrebbe valorizzare il merito – scivola inevitabilmente verso forme di dirigismo ideologico, dove il confine tra valutazione artistica e pregiudizio politico diventa labile.

Lo scaricabarile di Giuli e l’acquisto tardivo della Rai

Chiamato a rispondere in Aula alle interrogazioni del Partito Democratico, il ministro Alessandro Giuli ha assunto una posizione che molti hanno definito di comodo, rivendicando l’autonomia della commissione (“Non condivido, ma è indipendente”) e lavandosene le mani come un moderno Ponzio Pilato. Un atteggiamento, il suo, che stride con la realtà fattuale di una commissione i cui membri – si pensi alla vicinanza di Pier Luigi Manieri a Federico Mollicone – non godono certo di quella terzietà che Giuli invoca a gran voce per difendere il proprio operato. Nel frattempo, la Rai ha acquistato il documentario per renderlo disponibile al pubblico, una mossa che molti hanno letto come un tentativo maldestro di tamponare una ferita politica apertasi nel cuore della maggioranza; peccato che il servizio pubblico abbia perso l’occasione per trasformare questo scoop in una risorsa per il governo, limitandosi a un’operazione commerciale priva di quella forza dirompente che avrebbe potuto avere se sostenuta con convinzione fin dall’inizio.

Un metodo che rischia di soffocare la memoria e l’industria

Non si tratta, è bene ribadirlo, di un caso isolato. La mano pesante dei criteri selettivi si è abbattuta anche su un’altra opera dal forte valore civile, “Aldro Vive”, dedicata a Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso nel 2005 a Ferrara, dimostrando come certi argomenti – quelli che mettono a nudo le maglie della giustizia o le responsabilità delle istituzioni – vengano sistematicamente messi ai margini dal sistema di finanziamento pubblico. Questa tendenza, che alcuni addetti ai lavori definiscono ormai come un vero e proprio “tramonto del merito”, rischia di soffocare l’intera industria cinematografica nazionale, restringendo la pluralità delle voci e favorendo invece una ristretta cerchia di fedelissimi. Mentre il film di Simone Manetti si appresta a essere proiettato al Miv di Varese – introdotto dal direttore di VareseNews Marco Giovannelli – e in 76 atenei italiani grazie all’iniziativa della senatrice Elena Cattaneo, la domanda che aleggia nel dibattito culturale è sempre la stessa: può uno Stato democratico permettersi di delegare la propria memoria storica a commissioni i cui membri non sono nemmeno tenuti a pubblicare il proprio curriculum sul sito del Ministero?

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