Giuseppina Pesce, la figlia del clan che ha fatto arrestare i suoi familiari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Aveva cinque anni quando il nonno materno sparì nel nulla, inghiottito da una faida d’amore che avrebbe segnato il suo primo, vero contatto con la morte. Da allora, per Giuseppina Pesce, la violenza non è mai stata un’eccezione, ma la regola silenziosa che governava i pranzi della domenica – quelle tavolate da cinquanta o sessanta persone in campagna – e le gerarchie invisibili di un cognome, Pesce, che nella Piana di Gioia Tauro faceva tremare persino chi aveva torto. Oggi, a quarantasei anni, vive sotto falsa identità, in una località segreta lontana dalla Calabria, ed è diventata nonna. È la più importante collaboratrice di giustizia della ’ndrangheta, colei che con le sue rivelazioni ha rotto l’omertà di sangue, facendo arrestare, processare e condannare decine di boss e picciotti della sua stessa famiglia: il clan Pesce-Bellocco di Rosarno.

L’infanzia nell’aria di morte e il matrimonio riparatore

Cresciuta in un contesto dove la criminalità era semplice normalità, Giuseppina – figlia, nipote e sorella di uomini di vertice – racconta di aver compreso la natura della sua discendenza quasi per osmosi, ascoltando i “detti e i non detti” in una casa segnata dal lutto. La scomparsa del nonno materno, ucciso per una relazione extraconiugale, e poi la morte dello zio Pasquale, diciottenne dissanguato durante una rapina e scoperto dalla piccola Giusy leggendo il Titolo di un giornale per strada, hanno costruito il suo immaginario. A quattordici anni, per sfuggire a una madre sprofondata nella depressione e a un destino di reclusione domestica, compì la “fuitina” con Rocco Palaia, un ragazzo più grande. Fu un matrimonio riparatore che si trasformò presto in un inferno fatto di botte, droga e alcol, una gabbia dalla quale nemmeno il peso del nome Pesce riusciva a proteggerla.

La doppia vita, l’arresto e il crollo in carcere

Con il marito dentro e fuori dal carcere, Giuseppina si ritrovò sola con tre figli, avviando una relazione con Domenico Costantino, un uomo più grande che le offriva quell’affetto e quella stabilità mai avuti. Ma nella ’ndrangheta, il tradimento è un’onta pubblica che si paga con la vita: lo zio Vincenzo la fece pedinare, e quando la prova fu acquisita, la sua sorte sembrava segnata. L’arresto, nell’aprile del 2010, la salvò dalla condanna del clan. In carcere, però, il peso della detenzione e la lontananza dai figli la distrussero. Accusata di essere la “staffetta” del clan – un ruolo che per lei significava semplicemente fare da tramite tra il padre detenuto e l’esterno – non accettava l’idea di aver commesso un reato. Tentò il suicidio impiccandosi in bagno, poi, trasferita nel reparto psichiatrico del carcere di Milano Opera, smise di mangiare, riducendosi a pesare quarantaquattro chili.

La scelta di collaborare e l’eredità delle “buone madri”

La svolta arrivò con l’incontro con la pm Alessandra Cerreti, una delle poche magistrate disposte ad ascoltare non solo i reati, ma il vissuto di una donna intrappolata in un sistema patriarcale. Fu allora che Giuseppina decise di parlare. Svelò i dettagli del bunker dello zio, i meccanismi di controllo del clan, gli ordini di estorsione e i traffici di droga che garantivano potere ai Pesce. Le sue dichiarazioni permisero le operazioni “All Inside” e “All Inside 2”, portando alla luce l’organigramma della cosca, con condanne che arrivarono fino a vent’anni di reclusione per i vertici e sequestri di beni per circa 190 milioni di euro. Oggi, pur vivendo nella paura – intercettazioni rivelano che suo fratello vorrebbe vederla morta, considerando la faccenda “roba di famiglia” da sistemare internamente – Giuseppina Pesce rappresenta una delle voci più lucide sulla condizione femminile nella ’ndrangheta. Una condizione raccontata anche in serie televisive non autorizzate, dalle quali la donna ha preso le distanze, per rivendicare la complessità di una storia che non può essere ridotta a stereotipi.

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