Giuseppina Pesce, la figlia del clan che mandò tutti in galera: «Mio fratello mi vuole morta»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nell’immaginario collettivo, spesso si associa il fenomeno mafioso esclusivamente al dominio maschile, fatto di boss latitanti e cerimonie di affiliazione. Eppure, la storia di Giuseppina Pesce, collaboratrice di giustizia calabrese, racconta un'altra verità: quella di una donna cresciuta dentro uno dei clan più sanguinari della 'ndrangheta – i Pesce di Rosarno – che un giorno ha deciso di rompere il patto di sangue, facendo arrestare i suoi stessi familiari. Oggi, a 46 anni, vive sotto falsa identità in una località segreta, portando sulle spalle il peso di un cognome potentissimo e la consapevolezza di averlo gettato nella polvere, sapendo che per suo fratello – come per il resto dell’organizzazione – la condanna a morte è già stata scritta.

Giuseppina Pesce, però, non è stata solo figlia, nipote e sorella di 'ndranghetisti, ma anche moglie di Rocco Palaia, un uomo che conobbe a soli quattordici anni. La fuga con lui, che doveva essere una via di fuga da una madre depressa e da un ambiente soffocante, si trasformò ben presto in un incubo fatto di botte, alcol e droga. In quel contesto, dove la violenza domestica si mescolava alla violenza del codice d’onore, la giovane Giuseppina scoprì ben presto i paradossi del suo cognome: se faceva un incidente, la gente accorreva a soccorrere lei – pur essendo in torto – per paura di ritorsioni; se cercava un tavolo al ristorante, pur essendo tutto esaurito, il posto "spuntava fuori" come per magia. Un sistema di privilegi grotteschi, pagato con la complicità di un intero paese, che normalizzava ogni illegalità.

Il carcere, i tentativi di suicidio e l'incontro che cambiò tutto

L’arresto, nell’aprile del 2010, rappresentò per lei un trauma inaspettato. Per Giuseppina, aiutare il padre o i fratelli detenuti – portando loro soldi o facendo da tramite con gli avvocati – non era mai stato percepito come un reato, ma come un dovere familiare. La reclusione, però, fu devastante: rinchiusa in cella, lontana dai figli, arrivò a tentare il suicidio per due volte. Il primo, con un lenzuolo legato alla doccia; il secondo, attraverso l’anoressia, nel reparto psichiatrico del carcere di Opera, dove arrivò a pesare soli 44 chili.

La svolta, paradossalmente, arrivò grazie all’incontro con la magistrata Alessandra Cerreti. Fu in quel momento di massima fragilità che Giuseppina decise di parlare, iniziando a raccontare dettagli che per lei, fino a quel momento, erano semplicemente "normali": come il bunker nascosto in casa dello zio, o le dinamiche di potere che regolavano il traffico di cocaina e le estorsioni nella Piana di Gioia Tauro. Le sue dichiarazioni, giudicate credibili dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno dato vita a inchieste cruciali come i processi "All Inside" e "All Inside 2", che hanno decimato la cupola del clan.

La retromarcia che salvò la vita e la scelta definitiva

Nel 2011, dopo l’arresto e l’inizio della collaborazione, Giuseppina Pesce visse un momento di profonda crisi. Sotto la pressione psicologica dei familiari rimasti in libertà e spinta dal desiderio dei figli di tornare a casa, ritrattò le accuse. Si preparava a rientrare a Rosarno, forse illudendosi di poter ricucire i rapporti, quando un evento apparentemente secondario cambiò il corso della sua esistenza. Venne arrestata per evasione a Lucca, dove si trovava in vacanza con la figlia.

Quell’arresto, che poteva sembrare un ulteriore scacco, le salvò la vita. A distanza di anni, Giuseppina sa che se fosse rientrata in Calabria in quel momento, il clan – per lavare l’onta del tradimento e del nuovo legame sentimentale – l’avrebbe probabilmente eliminata, magari simulando un suicidio. Fu allora che la decisione divenne definitiva. Ricominciò a collaborare, trascinando con sé la figlia maggiore che inizialmente l’aveva osteggiata, e raccontò tutto ai magistrati. Le sue rivelazioni portarono all’arresto di decine di affiliati, compresi i vertici del casato Pesce-Bellocco.

Una vita nascosta, il terrore quotidiano e il peso della memoria

Oggi Giuseppina Pesce è nonna, i suoi tre figli sono cresciuti – la maggiore ha trentun anni, il maschio ventiquattro – e vive una quotidianità fatta di silenzi e cambi d’identità. Nessuno della sua vecchia famiglia si fa più vivo, ma la minaccia è costante. Come ha dichiarato pubblicamente, le intercettazioni rivelano che suo fratello, insieme alla nonna, discute ancora di lei considerando la sua scelta come "cosa di famiglia" da risolvere internamente, con la conseguente condanna a morte.

La sua testimonianza, oltre a distruggere l’ossatura criminale del clan, ha contribuito a riaprire pagine oscure di sangue, come il triplice omicidio di Pegli del 1994, dimostrando come il sapere custodito dalle donne – spesso ritenute figure marginali – sia in realtà fondamentale per comprendere il funzionamento della 'ndrangheta. La sua vicenda, tuttavia, è stata anche oggetto di narrazioni non autorizzate: attraverso i propri legali, Giuseppina Pesce ha diffidato le case di produzione della serie televisiva "The Good Mothers", prendendo le distanze da una rappresentazione che, a suo dire, altera la realtà dei fatti e distorce i rapporti affettivi con i propri cari, come quello con il padre, descritto in modo inaccurato.

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