La resa di Giuseppina Di Foggia e la buonuscita da 7,3 milioni che non c'è stata
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Redazione Esteri
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La partita, tra le più delicate sul tavolo dell’esecutivo, si chiude con una resa nei fatti e con un risultato politico che appare, a questo punto, inequivocabile. Giuseppina Di Foggia, amministratrice delegata e direttrice generale uscente di Terna, ha infatti deciso di fare marcia indietro: rinuncia alla buonuscita milionaria che le sarebbe spettata – una cifra vicina ai 7,3 milioni di euro – per mettersi a disposizione della presidenza di Eni. Una scelta, questa, formalizzata attraverso una comunicazione ufficiale della società elettrica, la quale ha reso noto come la manager abbia manifestato la propria disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato proprio alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto, nel pieno rispetto delle procedure previste dalla normativa e dei principi di rate governance.
L’impuntatura di Palazzo Chigi e lo scontro evitato
A pesare, in questa vicenda, non sono state solo le cifre da capogiro – quelle che avevano sollevato più di un interrogativo negli ambienti economici e politici – ma soprattutto la linea rigidissima dettata da Palazzo Chigi. La premier aveva posto il tema in termini talmente netti e non negoziabili da trasformare la questione in un vero e proprio bivio: o la buonuscita o la poltrona nel Cda del cane a sei zampe. Il messaggio, veicolato con chiarezza, lasciava intendere che non ci sarebbero state zone grigie; chi aspirava a guidare l’ente petrolifero di Stato non poteva, allo stesso tempo, intascare un assegno così pesante lasciando Terna. La decisione di Di Foggia recepisce in pieno questa linea, disinnescando definitivamente una polemica che rischiava di avvelenare il clima già teso delle nomine di primavera.
La procedura e il crisma della governance
Non si tratta, va detto, di un semplice passo indietro dettato dalle circostanze. Terna, attraverso i propri canali istituzionali, ha specificato che l’accordo verrà perfezionato al completamento delle procedure previste, dimostrando come anche in una resa ci sia spazio per le formalità del diritto societario. In un’altra nota, la società ha contestualmente comunicato le dimissioni di un’altra consigliera, Karina Audrey Litvack, la quale ha rassegnato il proprio mandato con effetto dal 27 aprile 2026 per candidarsi in un altro board. Due faccende distinte, quindi, ma che mostrano il fisiologico ricambio ai vertici delle partecipate statali in questa fase.
Un punto a favore dell’esecutivo
La rinuncia di Di Foggia – che apre concretamente la strada al suo approdo alla presidenza di Eni – rappresenta dunque un punto politico di peso per Giorgia Meloni. L’esecutivo, che aveva definito la questione della buonuscita come un vulnus da rimuovere, incassa una vittoria che va oltre il mero risparmio per le casse dell’azienda. Si tratta, piuttosto, di un test di forza superato: la capacità di imporre una linea di austerità e di coerenza anche nei vertici delle grandi aziende di Stato, senza che si creino quelle zone di conflitto di interessi che spesso hanno caratterizzato il passaggio dei manager da un incarico all’altro. Per la manager romana, classe 1969, ingegnere elettronico di formazione, si tratta di una scelta obbligata se voleva rimanere nel giro che conta; una resa, nei fatti, che chiude la partita senza lasciare strascichi giudiziari o polemiche sul compenso.




