L’Iran e lo stretto di Hormuz, quel “superpotere” geografico che tiene in scacco gli Stati Uniti
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Redazione Esteri
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Ci sono luoghi, sulla carta geografica, dove la strategia militare e la politica estera si toccano con un’intensità tale da trasformare un semplice corridoio d’acqua in un’arma. Lo stretto di Hormuz, quel sottile passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman largo appena 35 chilometri nel suo punto più critico, è da sempre uno di quei luoghi. Ma nelle ultime settimane, come emerge dalle dichiarazioni raccolte a Doha da fonti vicine ai mediatori, la posta in gioco è cambiata di natura. Non si tratta più, ormai, di una semplice chiusura temporanea o di una bravata tattica; secondo l’analista Vaez, il controllo di Hormuz rappresenta per Teheran «un autentico superpotere», un vantaggio che la geografia le ha concesso e che nessuna flotta, per quanto tecnologicamente avanzata, può semplicemente annullare.
Il ragionamento di Vaez, che riflette una posizione sempre più diffusa tra gli strateghi iraniani, si fonda su due pilastri destinati a rendere vano qualsiasi tentativo di tornare allo “status quo ante”. Il primo è di natura deterrente: l’Iran ha dimostrato, nelle settimane di stallo navale, di poter paralizzare una delle rotte petrolifere più trafficate del pianeta usando mezzi asimmetrici come droni, barchini lanciarazzi e postazioni missilistiche ben nascoste tra le isole e gli isolotti. Il secondo, forse ancora più rilevante, è economico: lo stesso Vaez ha sottolineato che l’Iran considera il transito obbligato attraverso lo stretto come una «potenziale fonte di entrate per la ricostruzione», una leva finanziaria da non mollare. Detto altrimenti, Hormuz non è solo una postazione difensiva: è una tassa potenziale sul petrolio altrui.
Il braccio di ferro tra Trump e Teheran, e il ruolo del Pakistan
La Casa Bianca, va ricordato, non ha mai formalmente tolto il proprio blocco navale, nonostante alcuni annunci contraddittori. E infatti, dopo una fugace riapertura dello stretto che aveva fatto sperare gli armatori in un ritorno alla normalità, il clima è tornato a essere rovente. Le parole del presidente americano – «Lo Stretto di Hormuz è aperto e non sarà più usato come un’arma contro il mondo!» – sono state rapidamente smentite dai fatti. A distanza di poche ore, lo stesso Trump ha ribaltato la posizione, dichiarando che Hormuz «rimarrà chiuso fino alla firma dell’accordo» con l’Iran, precisando di non voler «concludere un cattivo accordo». La diplomazia, in questo frangente, ha trovato un attore inaspettato: il Pakistan, che sta tentando di tenere aperti i canali di dialogo tra Washington e Teheran, muovendosi con la cautela di chi non può permettersi un’escalation nella propria regione.
Droni, razzi e fondali bassi: la sfida tecnologica nella battaglia navale del Golfo
Per capire perché una chiusura come quella attuale sia così difficile da ribaltare, basta osservare la carta nautica. Per almeno una cinquantina di chilometri, nel punto più stretto, le petroliere e le grandi navi cargo – così come le unità da battaglia americane, pure protette dal meglio delle tecnologie d’avanguardia – hanno pochissimo spazio di manovra. I fondali sono bassi, disseminati di secche, e il passaggio obbligato costringe le flotte a sfilare a poche miglia dalle coste iraniane e da quelle dell’Oman. Ed è proprio lì che i reparti della Guardia Rivoluzionaria hanno messo a punto una tattica collaudata: barchini lanciarazzi che escono dai porti nascosti, droni a bassa quota che sfuggono ai radar, e postazioni di missili terra-mare talmente mimetizzate da diventare invisibili fino al momento del lancio. Gli stessi comandi americani, secondo quanto riferito da fonti militari, sono andati più volte “in tilt” di fronte a raffiche di ingaggi simulati e disturbi elettronici.
Un’arma a doppio taglio che nessuno può ignorare
Ne consegue una situazione paradossale: gli Stati Uniti dispongono della marina più potente del mondo, ma non possono “allargare” lo stretto. L’Iran, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di rinunciare a quello che ormai considera un diritto geografico, anche a costo di tenere il mondo con il fiato sospeso. E così, mentre i mercantili restano bloccati nel Golfo Persico e le assicurazioni marittime rivedono al rialzo i premi per il rischio di guerra, l’unica certezza è che Hormuz non tornerà più a essere quel semplice varco che era prima. Per lo meno, non senza che l’Iran ne tragga un vantaggio concreto, economico o politico. Le diplomazie parallele – quella pakistana in prima fila, ma anche quelle europee in sordina – continuano a lavorare, ma il tempo gioca a favore di chi possiede il coltello, o meglio lo stretto, dalla parte del manico.




