Milano-Cortina 2026, la notte in cui l’hockey femminile ha riscritto la rivalità tra Stati Uniti e Canada
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Redazione Sport
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C’è un momento, nel corso di una competizione sportiva, in cui il cronometro sembra scorrere più lentamente e il ghiaccio trattiene il fiato, in attesa di un verdetto che solo pochi eletti possono scrivere. È accaduto alla Santagiulia Ice Hockey Arena di Milano, durante la finale del torneo olimpico femminile tra Stati Uniti e Canada, quando mancavano poco più di due minuti alla sirena e le canadesi conducevano ancora per uno a zero. Quelle che erano state le padrone assolute del torneo, capaci di infrangere un digiuno difensivo che durava da trecentosessantadue minuti, hanno visto materializzarsi il fantasma della sconfitta proprio quando la medaglia d’oro sembrava orami incastonata sul loro petto -2. Le statunitensi, dal canto loro, avevano spinto per tutto il terzo periodo alla ricerca del pareggio, e la decisione di togliere la portiera per giocare con un’attaccante in più si è rivelata, come spesso accade in questi frangenti, una scommessa dall’esito binario: trionfo o baratro. Ebbene, il disco è finito nel sacco grazie alla deviazione di Hilary Knight, alla sua quinta e ultima partecipazione olimpica, che ha così costretto le avversarie ai tempi supplementari sigillando al contempo un record personale destinato a restare negli albi d’oro della disciplina -1.
Il peso dei supplementari e la giocata di Megan Keller che vale l’oro
Quando la gara si sposta all’overtime, con il formato del tre contro tre, la geometria del campo muta radicalmente e gli spazi si amplificano, trasformando ogni singolo possesso in una potenziale sentenza. È in questo scenario di tensione palpabile che Megan Keller, difensore degli Stati Uniti, ha ricevuto un passaggio di Taylor Heise dalla propria metacampo e si è lanciata verso la porta canadese come una freccia scoccata dall’arco -7. Il gesto tecnico che ne è conseguito, una finta che ha spiazzato Claire Thompson prima di battere Ann-Renee Desbiens con un rovescio preciso, è valso il due a uno finale e ha consegnato alla storia il terzo oro olimpico per la nazionale a stelle e strisce, dopo quelli di Nagano 1998 e PyeongChang 2018 -3. Per il Canada, abituato a vincere e a dettare legge in questa disciplina con cinque ori all’attivo, si tratta dell’ennesima medaglia d’argento arrivata al termine di una partita decisa dai dettagli, da quelle piccole frazioni di secondo che separano la gloria dall’amaro in bocca.
L’atmosfera nell’arena tra sport e momenti di tregua
Non si può raccontare questa finale senza descrivere ciò che accadeva sugli spalti, perché l’hockey femminile, e segnatamente questa rivalità, ha il pregio di catalizzare attenzioni e passioni che travalicano il confine del semplice tifo. Le coreografie canadesi hanno sovrastato per lunghi tratti quelle statunitensi, con i cori che si rincorrevano sotto la volta dell’impianto, e quando al primo intervallo le luci si sono spente per lasciare spazio alle note di Imagine di John Lennon, i led dei telefoni hanno illuminato il pubblico di entrambe le fazioni intonare assieme “living life in peace” -8. Piccoli gesti che, nel contesto di una manifestazione come le Olimpiadi, assumono un significato più profondo, specialmente se si considera che fuori dal ghiaccio le relazioni tra i due paesi attraversano fasi di tensione politica. Il presidente Donald Trump, come noto, non ha mai nascosto le sue posizioni critiche nei confronti del vicino nordamericano, ma all’interno dell’arena milanese la geopolitica è parsa un concetto lontano, sostituito da una sana rivalità sportiva e dalla birra condivisa tra tifosi.
Un torneo a senso unico e la scia di record infranti
Le statistiche, talvolta, raccontano meglio di qualsiasi cronaca l’andamento di una competizione, e in questo caso gli Stati Uniti hanno chiuso il torneo con un ruolino di marcia impressionante: sette vittorie su sette e una differenza reti di trentatré reti fatte e solo due subite -6. La striscia di imbattibilità, interrotta nel secondo periodo dalla marcatura di Kristin O’Neill in inferiorità numerica, era durata oltre trecento minuti di gioco effettivo e rappresentava uno dei numeri più significativi di questa edizione dei Giochi -4. D’altra parte, il cammino del Canada verso la finale era stato comunque esemplare, con la sola macchia della sconfitta nel girone proprio contro le statunitensi per cinque a zero. A emergere, in questa edizione, è anche il nome di Laila Edwards, prima giocatrice afroamericana a vestire la maglia a stelle e strisce in un’Olimpiade, e autrice dell’assist per il gol del pareggio di Knight, una giocatrice che ha saputo incidere nonostante la giovane età -3.
L’amichevole schermaglia tra due tifose canadesi ripresa dalle telecamere, con quel “sarebbe bello vincere contro gli Usa” sussurrato con un sorriso, riassume lo spirito di una serata che ha regalato emozioni autentiche a un pubblico, quello milanese, non sempre abituato a certe temperature e a certe intensità -8. E mentre le giocatrici americane esultavano sul ghiaccio, abbracciando Keller come si abbraccia un’eroina, il Canada raccoglieva i cocci di una sconfitta che brucia, ma che rinsalda la consapevolezza di una rivalità destinata a riproporsi tra quattro anni, chissà con quali nuovi capitoli.




