Russia-Ucraina, l’escalation torna a far paura: missili su Kiev e il rischio nucleare riaperto dai falchi del Cremlino
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Redazione Esteri
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La tregua, se mai c’è stata, è un ricordo lontano. Nelle ultime ore, il termine che circola con maggiore insistenza negli ambienti diplomatici e nei media internazionali è di nuovo escalation, una parola che porta con sé un peso specifico enorme, carico di implicazioni che vanno ben oltre il fronte orientale.
A innescare il nuovo allarme, questa volta, non sono state le cannonate o i movimenti di truppe, ma un reportage dell’agenzia Bloomberg che, citando fonti vicine al Cremlino, ha dipinto un quadro fosco e minaccioso: Vladimir Putin, ormai convinto che il tavolo dei negoziati non possa più produrre nulla di concreto, starebbe seriamente valutando di alzare la posta in gioco, passando a una fase più dura del conflitto.
L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di piegare la resistenza ucraina con una pioggia di missili balistici convenzionali, mirando non solo a obiettivi militari ma anche al cuore pulsante della capitale, Kiev, e alle infrastrutture strategiche dell’intero Paese.
Un negoziato in un vicolo cieco
Secondo quanto riferito, le trattative per una pace duratura, patrocinate con fatica dall’amministrazione Trump, sarebbero giunte a un punto morto, lasciando le due parti, di fatto, alla casella di partenza. La sensazione che aleggia a Mosca è che la diplomazia abbia fallito e che, di fronte alle pressioni economiche e agli attacchi ucraini contro le raffinerie e le reti logistiche russe – attacchi che il Cremlino considera ormai sostenuti direttamente dagli Stati membri della Nato –, non rimanga altra strada che quella di intensificare la pressione militare.
In questo contesto di stallo, le speranze riposte nel vertice di Anchorage dello scorso agosto, dove si era ipotizzata un’intesa tra Putin e Trump che prevedeva pressioni su Kiev per la cessione della regione di Donetsk, sono svanite, naufragate di fronte al reiterato rifiuto ucraino di cedere porzioni del proprio territorio.
Le parole di Putin e il vaso di Pandora
A rendere il quadro ancora più inquietante sono state le dichiarazioni dello stesso presidente russo, che in un’intervista alla televisione di Stato ha usato un’espressione dai risvolti mitologici, paragonando la situazione a un vaso di Pandora che l’Ucraina avrebbe aperto. Un avvertimento chiaro, seppur misurato, che stride con le minacce più esplicite di altri esponenti della sua cerchia ma che, proprio per la sua gravità, ha acceso i riflettori sulla determinazione di Putin nel non voler cedere.
“L’Ucraina ha aperto questo vaso di Pandora”, ha affermato il presidente russo, aggiungendo che Mosca sarebbe pronta a colpire i settori più sensibili dell’economia ucraina, in una chiara escalation della rappresaglia. Le fonti di Bloomberg, infatti, suggeriscono che la Russia non consideri l’attuale fase di attacchi reciproci come il culmine dello scontro, aprendo scenari di un’intensificazione senza precedenti.
Il dibattito interno e il rischio nucleare
Proprio la prospettiva di un’ulteriore escalation ha riaperto a Mosca un dibattito che sembrava sopito, quello sull’eventuale ricorso, come extrema ratio, a un’arma che cambierebbe per sempre le sorti del conflitto e non solo: le armi nucleari tattiche. Tra i falchi del Cremlino, secondo le indiscrezioni, si starebbe facendo strada la convinzione che solo una minaccia di questo tipo possa spostare gli equilibri, anche se al momento non vi sarebbe alcun segnale concreto di una preparazione a un attacco atomico.
Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center, citato da diverse testate, ha definito il rischio di un’escalation nucleare “estremamente basso”, sostenendo che finché Mosca avrà margine di manovra con armi convenzionali, avrà “pochi incentivi a oltrepassare la soglia”.
L’esperto della RAND Corporation, Samuel Charap, intervenendo sul tema, ha sottolineato come la situazione sul campo, strategicamente, non abbia subito scossoni negli ultimi dodici mesi, con le truppe russe che avanzano lentamente ma a costo di perdite altissime, lasciando aperto il grande punto interrogativo di una possibile nuova mobilitazione russa in autunno.
La missione della Cia a Mosca
In questo clima di crescente tensione, si inserisce un evento diplomatico di rilievo: la visita a sorpresa a Mosca del direttore della Cia, John Ratcliffe. Un viaggio, quello del capo dell’intelligence americana, che secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, non sarebbe stato solo un atto di routine, ma avrebbe avuto lo scopo preciso di lanciare un chiaro e duro avvertimento al Cremlino. Il messaggio sarebbe stato inequivocabile: non osare attaccare un Paese membro della Nato.
Un monito che arriva dopo che l’intelligence statunitense ha diffuso nuove valutazioni secondo cui Putin potrebbe, nel prossimo futuro, mettere alla prova la capacità di reazione dell’Alleanza con un attacco limitato contro uno dei suoi Stati membri. La missione di Ratcliffe conferma come, dietro le quinte di un negoziato apparentemente fermo, la diplomazia e l’intelligence continuino a muovere i loro fili, tentando di tracciare linee rosse che nessuna delle due parti, si spera, varchi.
Nel frattempo, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner dovrebbero tornare a Mosca dopo otto mesi di pausa, un viaggio che potrebbe rappresentare l’ultimo tentativo, prima che la spirale dell’escalation diventi davvero inarrestabile.
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