Venezia, una regata di Natale per non dimenticare Alberto Trentini, prigioniero a Caracas

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il remo che fende le acque fredde del Canal Grande, in quella tradizionale sfida tra atenei che è la regata di Natale di Ca' Foscari, è diventato un gesto di supplica collettiva. Per il tredicesimo anno, l’appuntamento ha visto scendere in acqua gli equipaggi, ma il pensiero di molti, in riva e in barca, era rivolto altrove, a un uomo che di quella università è stato studente e di questa città, del Lido in particolare, è figlio. Alberto Trentini, l’operatore umanitario trattenuto senza un'accusa formale nel carcere venezuelano di El Rodeo I da oltre quattrocento giorni, vive infatti una prigionia che la madre, Armanda Colusso, definisce fatta di silenzi interrotti solo da contatti sporadici e da un’angoscia che cresce col passare dei mesi.

Un nuovo canale diplomatico attraverso l'Onu

Mentre i rapporti diretti tra Roma e Caracas permangono in una fase di stallo, dalla quale non giunge alcun segnale concreto, si è aperta una diversa via di trattativa, per quanto delicata e dalle prospettive incerte. A percorrerla è l’ambasciatore Onu Alberto López, venezuelano di origini ma con incarichi a Vienna, il quale ha assunto un ruolo di facilitatore con il sostegno, tra gli altri, dell’Organizzazione internazionale per lo sviluppo delle relazioni diplomatiche e della Santa Sede. La missione di López, che qualcuno riassume con l’espressione “punto su pace e diplomazia”, prevede la consegna di una lettera personale scritta da Armanda Colusso al presidente Nicolás Maduro, uno strumento che cerca di far leva su una dimensione umana spesso sopita nei contatti ufficiali.

L’allarme di un ex ostaggio e l’incubo delle minacce

A sollecitare un impegno ancora più incisivo è stato anche chi un’esperienza simile, seppur in un contesto diverso, l’ha già vissuta sulla propria pelle. Marco Zennaro, ingegnere e imprenditore veneziano liberato dopo un anno di prigionia in Sudan, ha lanciato un appello affinché la mobilitazione per Trentini non cali, sottolineando come la complessità della situazione venezuelana non debba diventare un alibi per la rassegnazione. Una complessità che, nelle settimane scorse, ha mostrato il suo volto più brutale proprio tra le mura del penitenziario. Agenti del controspionaggio militare hanno infatti radunato i detenuti, compresi quelli stranieri, minacciandoli esplicitamente di morte qualora gli Stati Uniti, la cui politica verso Caracas si è irrigidita con l’amministrazione Trump – che ha definito il governo Maduro organizzazione terroristica e imposto un ferreo blocco petrolifero –, avessero lanciato un attacco militare contro il Venezuela.

Una vicenda che attende ancora giustizia

Questo episodio, riportato con fermezza ma senza inutili drammatismi dalla famiglia, aggiunge un ulteriore strato di preoccupazione a una detenzione già di per sé opaca e gravosa, nella quale il tempo sembra essersi fermato. La regata, con il suo fragore di applausi e di incitazioni, è dunque passata come un fiume in piena, lasciando sulla riva la domanda muta di una madre e di quanti, vedendo in quella gara un simbolo di legami forti, chiedono a chi detiene il potere di decidere che qualcuno, finalmente, si assuma la responsabilità di un gesto umanitario.

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