L’immunoterapia cambia passo: la riprogrammazione dei linfociti T direttamente nel Corpo umano

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   C’era una volta, e non poi così tanto tempo fa, la necessità di prelevare le cellule immunitarie del paziente, spedirle in un laboratorio altamente specializzato, modificarle geneticamente con pazienza artigianale e reinfonderle, nella speranza che il corpo le accettasse e le mettesse al lavoro contro il tumore. Un processo lungo, costoso – si parla di centinaia di migliaia di euro a paziente – e logisticamente complesso, che di fatto limitava l’accesso a una terapia, la Car-T, considerata rivoluzionaria per i tumori del sangue. Oggi, però, un gruppo di ricercatori della California sembra aver trovato il modo per sovvertire questo paradigma, immaginando un futuro in cui basterà una semplice iniezione per armare il sistema immunitario dall’interno.

L’ingegneria in situ: addio ai laboratori

Il cuore della scoperta, riportata sulle pagine della rivista *Nature* e ripresa da diverse testate, risiede nella capacità di riprogrammare i linfociti T – le sentinelle del nostro organismo – senza mai rimuoverli dal circuito sanguigno. A firmare lo studio sono i ricercatori della University of California, San Francisco, che hanno messo a punto una tecnica di ingegneria genetica “in vivo” basata su un sistema a doppio vettore. Da un lato, una sorta di involucro virale modificato (un Enveloped Delivery Vehicle, o EDV) si occupa di consegnare l’arma molecolare: il sistema di editing CRISPR-Cas9 sotto forma di ribonucleoproteina (RNP). Dall’altro, un virus adeno-associato (AAV), opportunamente ottimizzato per sfuggire agli anticorpi neutralizzanti presenti nel sangue umano, trasporta il “carico utile”, ovvero il gene per il recettore chimerico (CAR) che i linfociti T dovranno esprimere per riconoscere e attaccare le cellule tumorali.

La genialità dell’approccio, spiegano i ricercatori, sta nella precisione. L’EDV non si limita a veicolare il gene editore, ma è progettato per riconoscere esclusivamente i linfociti T, legandosi a loro tramite un anti anti-CD3 e, allo stesso tempo, attivandoli per facilitare il processo di editing. Una volta che la Cas9 ha effettuato il taglio in un punto specifico e ritenuto sicuro del DNA – il locus del recettore delle cellule T (TRAC) – il sistema AAV inserisce il nuovo gene, che viene poi “acceso” utilizzando il meccanismo di regolazione naturale della cellula ospite. In pratica, si sfrutta la centrale elettrica del linfocita per produrre l’arma, evitando così una sovraespressione incontrollata che potrebbe portare a effetti tossici.

La svolta dei topi e la sfida dei tumori solidi

I primi test, condotti su modelli murini umanizzati – cioè con un sistema immunitario umano ricreato in laboratorio – hanno dato risultati che gli stessi autori definiscono incoraggianti. In questi modelli, la terapia è riuscita a generare una quantità di cellule CAR-T paragonabile a quella ottenuta con i metodi tradizionali, ma in tempi molto più rapidi. Nei topi affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule B, da mieloma e persino da sarcoma (un tumore solido, storicamente più resistente a questo tipo di approcci), la proliferazione dei linfociti T ingegnerizzati ha portato a un controllo significativo della massa tumorale. L’analisi di queste cellule, inoltre, ha rivelato un profilo particolare: si tratta di elementi altamente proliferativi che mantengono caratteristiche “memoria”, suggerendo una potenziale durabilità dell’effetto terapeutico che nelle versioni precedenti della terapia Car-T era spesso un’incognita.

Non meno importante è il dato sulla sicurezza. La capacità del sistema di colpire esclusivamente i linfociti T, evitando di editare accidentalmente le cellule staminali ematopoietiche o le stesse cellule tumorali, rappresenta un baluardo contro i rischi teorici di genotossicità, come la possibilità di innescare nuove leucemie. Un altro ostacolo, quello della variabilità individuale, sembra essere stato superato grazie all’ingegnerizzazione dei vettori per renderli resistenti agli anticorpi preesistenti, un problema che fino a ieri rendeva inefficace la somministrazione sistemica in molti pazienti.

Dalla cronaca scientifica alla prospettiva clinica

Mentre la comunità scientifica osserva con attenzione l’evoluzione di questi studi, la ricerca non si ferma. Proprio in questi giorni, un’altra azienda biotech, la CREATE Medicines (ex Myeloid Therapeutics), ha presentato dati preclinici su una piattaforma complementare chiamata RetroT. Anche in questo caso l’obiettivo è ingegnerizzare i linfociti T dentro il, ma la tecnologia cambia: si basa su un sistema tutto a RNA che sfrutta un elemento genetico umano, il LINE-1 retrotrasposone, per inserire il nuovo DNA senza creare le rotture a doppio filamento tipiche di CRISPR. Un approccio diverso, insomma, che dimostra quanto la direzione intrapresa – quella di rendere l’immunoterapia cellulare un prodotto “off-the-shelf”, pronto all’uso e alla portata di molti – sia al centro di un vivace fermento scientifico.

Resta il fatto che, per quanto rivoluzionaria sulla carta, la strada dalla ricerca di base alla pratica clinica è ancora lunga. I dati, sebbene solidi, provengono da modelli animali. La comunità scientifica attende ora con impazienza i risultati dei primi test sull’uomo, che secondo alcune fonti sarebbero già in fase iniziale per altre tecnologie analoghe. La vera sfida, quella che deciderà se questa “rivoluzione silenziosa” diventerà una terapia standard, sarà dimostrare che la sicurezza osservata nei topi si traduce in un profilo di rischio accettabile per i pazienti e che la produzione su larga scala di questi vettori complessi può avvenire con costi sostenibili.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.