La noia e il pilota automatico: Sanremo si svuota di senso nel vortice delle canzonette
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è stato un tempo, e non è nemmeno così remoto, in cui il Festival di Sanremo rappresentava una sorta di termometro sociale, un palco dove le tensioni, le mode e persino le contraddizioni del Paese trovavano una loro rappresentazione, a tratti goffa ma comunque vitale. Di quell’approccio, che richiedeva coraggio e una certa dose di esposizione al rischio di polemiche, quest’anno non c’è stata praticamente traccia. L’edizione numero settantasei, quella del ritorno di Carlo Conti alla guida, resterà negli annali per una scelta precisa: mettere la musica al centro, certo, ma a discapito di tutto il resto, come se il contorno – che poi è la sostanza del racconto televisivo – fosse un fastidio da liquidare in fretta. Il direttore artistico toscano, forte di una carriera quarantennale e di una proverbiale capacità di gestire i meccanismi del piccolo schermo, ha imbastito una macchina perfetta dal punto di vista cronometrico, stringendo i tempi tra un’esibizione e l’altra, eliminando quasi del tutto i siparietti che in passato facevano da collante e riducendo i co-conduttori al ruolo di comparse d’eccezione, prive di reale spazio espressivo.
Eppure, mentre all’Ariston si consumava questa liturgia dell’efficienza, fuori dal teatro i riflettori della cronaca reale illuminavano scenari ben più cupi e complessi. Il Festival si è trovato, loro malgrado, a fare i conti con l’irruzione dell’attualità più feroce, quella fatta di conflitti internazionali e di tensioni geopolitiche che non conoscono tregua. I conduttori, Carlo Conti in primis affiancato di volta in volta da volti noti del panorama televisivo, si sono limitati a qualche messaggio istituzionale, a qualche appello generico alla pace pronunciato con toni pacati e misurati, che però suonavano inevitabilmente come esercizi di stile obbligati, più che come genuine espressioni di partecipazione al dramma collettivo. La sensazione, diffusa tra il pubblico e tra i critici più attenti, era quella di assistere a una messa in scena che procedeva in una bolla ovattata, quasi volutamente scollegata dal mondo esterno, una scelta che se da un lato evitava cadute di stile o passerelle fuori luogo, dall’altro lasciava un retrogusto amaro di occasione mancata, di palcoscenico enorme sprecato per non infastidire nessuno.
Un meccanismo perfetto ma privo di emozione e di pensiero critico
Il paradosso di questo Festival "moscissimo", come è stato efficacemente definito, risiede proprio nella sua doppia anima. Da una parte, i numeri hanno dato ragione a Conti, con ascolti da capogiro che in alcune serate hanno superato persino i record del suo predecessore Amadeus, toccando punte di share superiori al settanta per cento e smentendo chi prevedeva un tracollo post-era d’oro. Un dato, questo, che conferma come la kermesse ligure sia ormai un evento mediatico talmente radicato nell’immaginario collettivo da reggersi sulle proprie gambe, quasi a prescindere da chi siede sulla poltrona di direttore artistico. Il pubblico, o almeno quella fetta maggioritaria che decreta il successo commerciale di un prodotto, sembra aver apprezzato la conduzione asettica, il ritmo serrato che ha permesso di terminare le serate a orari più umani e l’assenza di quelle polemiche che negli anni scorsi avevano infiammato i social media e i talk show del giorno dopo.
Dall’altra parte, però, c’è lo scotto da pagare in termini di qualità e di profondità. L’impressione prevalente, suffragata anche dalla perdita secca di milioni di spettatori rispetto alle passate edizioni, è che la magia si sia affievolita. I ventinove cantanti in gara, una vera e propria armata, hanno sfilato uno dopo l’altro come in una catena di montaggio, lasciando poco spazio alla memoria e alla costruzione di quei momenti iconici che scandiscono la storia del Festival. Non ci sono state particolari schermaglie, né dichiarazioni shock, né colpi di scena in grado di catalizzare l’attenzione oltre la mera esecuzione del brano. Lo stesso Carlo Conti, interpellato in conferenza stampa sulle voci di presunte pressioni per l’invito di alcuni personaggi del mondo dello spettacolo, ha liquidato la questione con una frase secca: "Preferisco si dica che non so fare il mio mestiere piuttosto che si pensi che qualcuno mi obblighi a fare qualcosa". Una replica che, letta a posteriori e a bocce ferme, suona quasi come l’ammissione di un limite, una sottolineatura involontaria di quanto poco ci si fosse spinti oltre il semplice compitino.
La scaletta come dittatura e l’azzeramento della dimensione politica
La cifra stilistica del Festival 2025 è stata, senza ombra di dubbio, la dittatura della scaletta. Ogni deviazione dal percorso prestabilito, ogni possibile momento di improvvisazione o di autenticità è stato sistematicamente rimosso per non intaccare la tabella di marcia. Ne sono un esempio lampante le reazioni ai momenti di commozione degli artisti: quando Francesca Michielin, al termine della sua esibizione, è scoppiata in lacrime, Conti si è limitato a una pacca sulla spalla e alla consegna del bouquet di rito, un gesto talmente meccanico e privo di calore umano da far subito scattare il paragone con l’empatia mostrata da Amadeus in circostanze simili. Un confronto, quello tra i due stili, che ha diviso il pubblico: da una parte chi rimpiangeva la verve, il caos controllato e la capacità di creare comunità tipici del quinquennio amadeiano, dall’altra chi invece ha gradito questa ventata di normalizzazione, questo ritorno a un formato più classico e istituzionale.
E se la politica, intesa come dibattito e confronto di idee, è stata bandita dal palco, a farla da padrone è stata invece un’altra forma di potere, quella commerciale. Le promozioni delle fiction Rai e dei film in uscita hanno scandito le serate con una cadenza martellante, appesantendo la messa in onda e sottolineando la funzione sempre più centrale del Festival come vetrina pubblicitaria per l’azienda di viale Mazzini. In questo contesto, persino il DopoFestival condotto da Alessandro Cattelan è apparso un prodotto sospeso, un contenitore costretto a inseguire polemiche minime e a dissertare su presunte tensioni tra i cantanti, nel tentativo di generare artificialmente quel dibattito che il palco dell’Ariston aveva scientemente evitato. La sensazione, per chi ha seguito l’intera kermesse, è stata quella di una settimana passata in una sala d’attesa, confortevole ma anonima, in attesa che qualcosa accadesse. Ma il vero colpo di scena, alla fine, è stato proprio questo: non accadere nulla.




