"No alla moschea": la destra si compatta contro il progetto dell'ex Nebiolo a Torino
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il permesso di costruire è stato rilasciato, i lavori partiranno entro la fine dell'anno e dureranno almeno tre anni. Ma il progetto di riqualificazione delle ex fonderie Nebiolo di via Bologna, a Torino, che prevede la realizzazione di una moschea con studentato, biblioteca e spazi culturali, è già al centro di una battaglia politica che coinvolge il Comune, la Regione Piemonte e le forze di centrodestra.
Un intervento da oltre 15 milioni di euro
La Confederazione Islamica Italiana ha annunciato il via libera definitivo all'intervento, il cui costo supera i 15 milioni di euro e che sarà finanziato in parte dal governo del Marocco attraverso l'Aps Al-Waqf, costola patrimoniale della stessa Confederazione.
Il progetto, firmato dall'architetto Vittorio Jacomussi, prevede che circa l'80% degli spazi sia destinato a funzioni diverse dal culto: uno studentato universitario con circa 90 posti letto a prezzi calmierati, in gran parte convenzionati con Edisu, una biblioteca e aule studio aperte a tutti, oltre a luoghi per il dialogo interreligioso. La moschea vera e propria occuperà la parte restante, con una sala di preghiera per circa mille fedeli e un minareto.
L'accordo prevede che per almeno trent'anni gli spazi culturali siano a disposizione del Comune e delle associazioni del territorio, con accesso pubblico gratuito a hall, aule studio, galleria e sala associazioni.
La mossa della Regione Piemonte
Il vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, esponente di Fratelli d'Italia, ha annunciato un emendamento alla legge regionale urbanistica per introdurre il principio del rispetto di «adeguate distanze tra le aree e gli edifici destinati alle diverse attrezzature religiose». La norma, ispirata a una legge già in vigore in Lombardia e rimasta indenne da due impugnative davanti alla Corte costituzionale, affiderebbe alla Giunta il compito di definire le distanze minime da rispettare.
Marrone ha motivato l'iniziativa parlando di «assurdità» e sostenendo che il progetto aprirebbe le porte a quella che ha definito «l'islamizzazione selvaggia della nostra città», con un riferimento esplicito al sindaco Stefano Lo Russo e all'ipotesi di trasformare Barriera e Aurora «in Ceuta». Il riferimento è anche ai finanziamenti esteri e al rapporto tra attività religiosa e influenza politica, uno degli argomenti destinati a pesare maggiormente nel confronto.
Le iniziative di Futuro Nazionale
Sul fronte del movimento legato all'ex generale Roberto Vannacci, la mobilitazione era iniziata già in estate. L'11 agosto 2026, Futuro Nazionale aveva organizzato davanti a Palazzo Civico il suo primo presidio torinese contro il progetto, con una cinquantina di militanti e lo striscione «No alla moschea». In quell'occasione una delegazione aveva depositato in Comune una proposta di deliberazione di iniziativa popolare per chiedere la revoca del progetto, un'iniziativa che dovrà passare dalla raccolta di 1.500 firme in quattro mesi per approdare in Consiglio comunale. L'area industriale dismessa, secondo la proposta alternativa del movimento, dovrebbe essere destinata a un centro congressi, uno studentato e spazi culturali. Il 5 ottobre, un corteo di poco più di un centinaio di persone ha attraversato Borgo Vittoria, nella periferia Nord della città, da piazza della Vittoria passando per le vie Bibbiana e Chiesa della Salute.
Enrico Forzese, segretario provinciale del partito, ha spiegato che l'obiettivo è «la difesa della sicurezza dei cittadini» e ha annunciato che nelle prossime settimane le mobilitazioni toccheranno Mirafiori, San Salvario e il parco Colonnetti.
L'esposto in Prefettura e le richieste di verifica
Sul piano istituzionale, Futuro Nazionale ha annunciato tre iniziative: un esposto alla Prefettura di Torino per chiedere verifiche sulla documentazione economico-finanziaria dell'intervento e sulla sostenibilità dell'operazione, con riferimento anche ai profili relativi ad antiriciclaggio e normativa antimafia; una segnalazione alla Regione per acquisire il permesso di costruire e il relativo fascicolo, verificando la conformità urbanistico-edilizia dell'intervento; e un'interpellanza parlamentare ai ministri dell'Interno e dell'Economia per chiedere quali controlli siano stati effettuati Sugli aspetti finanziari. Il partito chiede anche l'applicazione dell'articolo 39, comma 3, del Dpr 380/2001 per arrivare alla sospensione cautelativa dell'opera per sei mesi. «Vogliamo risposte documentate e trasparenti sull'intera operazione e sull'origine dei fondi utilizzati per la costruzione», ha dichiarato Forzese.
Le posizioni a favore del progetto
Dal Partito Democratico arriva la replica di Nadia Conticelli, consigliera regionale e vicepresidente della commissione Urbanistica, secondo cui «un luogo di culto moderno, a norma, aperto al territorio è la miglior garanzia per la sicurezza di tutti». Conticelli accusa Marrone di fare «disinformazione a scopo di propaganda elettorale» e difende il progetto come «costruito attraverso un percorso serio e responsabile».
La Confederazione Islamica Italiana, dal canto suo, ha sottolineato che l'intervento «non riguarda esclusivamente la realizzazione di un luogo di culto, ma la riqualificazione complessiva di un importante complesso di archeologia industriale, oggi in condizioni di degrado e abbandono», definendolo «una proposta in linea con la vocazione di Torino come città universitaria».
Nel quartiere Aurora, le posizioni dei residenti sono divise: c'è chi vede nel progetto un'opportunità per riqualificare una zona da decenni in stato di abbandono e chi teme un impatto negativo sulle convinzioni e sulla storia della zona.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
