Vivibilità globale 2026: Copenaghen resta al top, il Medio Oriente crolla, l'Italia fuori dalla top ten
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Per un certo tipo di espatriato, fino a poco tempo fa, Dubai rappresentava una sorta di paradiso terrestre: centri commerciali immensi e perfettamente climatizzati, scuole internazionali di prim'ordine, un regime fiscale vantaggioso e, almeno fino allo scoppio delle ultime crisi regionali, una sicurezza percepita come assoluta. La guerra in Iran e le sue ripercussioni hanno però cambiato le carte in tavola, trasformando le città del Golfo in mete molto meno attraenti per chi cerca stabilità e qualità della vita.
Il dato emerge con nettezza dal Global Liveability Index 2026, la classifica annuale curata dall'Economist Intelligence Unit (EIU), che fotografa lo stato di salute delle metropoli mondiali analizzando non il fascino turistico o la bellezza monumentale, ma la tenuta quotidiana dei servizi, delle infrastrutture e della sicurezza. Secondo l'indice, nessun'altra regione al mondo ha subito un contraccolpo così pesante in termini di perdita di punti come quella del Medio Oriente, segnando un'inversione di tendenza che riflette le crescenti tensioni geopolitiche dell'area.
La classifica generale e il predominio europeo
La città più vivibile del pianeta, per il secondo anno consecutivo, si conferma Copenaghen, che mantiene il primato grazie a un equilibrio pressoché perfetto tra infrastrutture, offerta culturale e politiche ambientali. La capitale danese guida una top ten che vede l'Europa occidentale dominare la scena, con Zurigo e Ginevra rispettivamente al quinto e sesto posto.
Le due città svizzere, in particolare, condividono un punteggio complessivo di 96 punti su 100 e ottengono il massimo dei voti sia nel comparto sanitario sia in quello dell'istruzione, ma è Zurigo a prevalere sulla cugina francofona grazie a una migliore performance nei parametri legati alla tutela ambientale e all'offerta culturale. La Svizzera difende così la propria reputazione di oasi d'efficienza, piazzando due città nella fascia alta della graduatoria e confermando un modello urbano che fa della qualità dei servizi pubblici il suo cavallo di battaglia.
Il crollo del Medio Oriente e l'ascesa dell'Asia
Al di là delle posizioni di vertice, il rapporto del 2026 evidenzia una spaccatura geopolitica profonda che attraversa la classifica. Sebbene il punteggio medio globale resti immobile a quota 76,1 punti, questa stabilità apparente nasconde due movimenti opposti e di segno contrario: da un lato, si registra un miglioramento netto dell'assistenza sanitaria mondiale, che alza la media generale; dall'altro, si assiste a un peggioramento strutturale della stabilità urbana, causato dall'accumularsi di guerre, tensioni regionali, criminalità diffusa e proteste di piazza.
È proprio su quest'ultimo fronte che il Medio Oriente paga il prezzo più alto, con città come Tel Aviv, Dubai e Riyad che vedono crollare i propri punteggi a causa dell'instabilità politica e delle minacce alla sicurezza. L'Asia, al contrario, guadagna posizioni grazie alla ripresa economica e alla modernizzazione dei servizi urbani, con metropoli come Osaka, Singapore e Melbourne che scalano la classifica e si avvicinano alla fascia d'oro della top ten.
L'Italia fuori dalla top ten e il peso della stabilità
Per quanto riguarda l'Italia, il risultato è amaro ma non sorprendente: nessuna città italiana riesce a entrare nella prestigiosa top ten, segno che il Belpaese, nonostante l'enorme patrimonio culturale e il fascino turistico, paga ancora un prezzo elevato in termini di vivibilità quotidiana. Le metropoli italiane scontano infatti problemi cronici legati ai trasporti, all'inquinamento e alla gestione dei servizi pubblici, fattori che l'indice EIU pesa in modo determinante nel calcolo del punteggio finale.
La classifica premia invece le città di medie dimensioni del Nord Europa, capaci di offrire un equilibrio tra lavoro e tempo libero, e quelle svizzere, che eccellono nella puntualità dei servizi e nella qualità dell'istruzione. Emerge così un quadro in cui la vivibilità non è solo una questione di reddito o di infrastrutture, ma anche e soprattutto di stabilità politica e di coesione sociale: due elementi che, oggi più che mai, fanno la differenza tra una città in cui si vive bene e una in cui si sopravvive.
Geopolitica e vivibilità: i due movimenti opposti
La fotografia scattata dall'Economist Intelligence Unit restituisce un mondo urbano sempre più polarizzato, dove le eccellenze convivono con le crisi e dove il miglioramento medio dell'assistenza sanitaria globale non basta a compensare il deterioramento della stabilità in vaste aree del pianeta. L'indice del 2026, basato su 173 città classificate, mostra che la vivibilità è ormai un concetto fluido, che cambia rapidamente in base alle contingenze politiche e militari.
Le città del Golfo, che fino a ieri sembravano un modello di modernità senza conflitti, si ritrovano oggi a fare i conti con una realtà ben più complessa, fatta di tensioni internazionali e di una sicurezza che non è più scontata. E mentre l'Asia continua la sua ascesa, trainata da economie dinamiche e da investimenti massicci in infrastrutture, l'Europa occidentale mantiene il suo primato ma deve fare i conti con un costo della vita sempre più elevato che rischia di erodere nel lungo periodo i vantaggi accumulati.
La classifica, in definitiva, non è solo un elenco di merito, ma un termometro dello stato di salute del pianeta, che misura la capacità delle città di resistere alle crisi e di offrire ai propri cittadini una vita dignitosa, al di là delle mode e delle apparenze.




