Valdagno piange padre e figlio travolti dal crollo del ponte, mentre il maltempo non dà tregua
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Redazione Interno
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Da dodici mesi Vicenza e la sua provincia vivono sull’orlo del baratro, tra piogge incessanti, fiumi esondati e alluvioni che hanno trasformato il territorio in un mosaico di criticità idrogeologiche. L’apice di questa spirale di eventi estremi si è consumato nella notte tra il 17 e il 18 aprile a Valdagno, dove Leone Nardon, 64 anni, e il figlio Francesco, 21, hanno perso la vita precipitando con l’auto nel vuoto apertosi sul ponte dei Nori, travolto dalla piena dell’Agno. I due, che stavano valutando come supportare gli interventi della protezione civile, sono stati inghiottiti dal fango in pochi istanti, lasciando una ferita profonda in una comunità già stremata.
Francesco, studente di Unimore a Modena dopo il diploma in elettronica all’IIS Marzotto-Luzzati, sognava di affiancare il padre nel lavoro. La sua morte, insieme a quella del genitore, ha scosso non solo Valdagno ma anche l’ateneo emiliano, che lo ricordava come un ragamento determinato e pieno di progetti. A pochi metri dal crollo, Andrea Schiesaro, residente a Cogollo del Cengio, è passato con la sua auto poco prima che il ponte cedesse. "Davanti a me un muro d’acqua – ha raccontato dopo due giorni di silenzio – ho pregato di tornare vivo". Le sue parole, cariche di un dolore trattenuto, restituiscono l’istantanea di un territorio in balia di un clima sempre più imprevedibile.
Il climatologo Luca Mercalli, interpellato sulle cause di queste tragedie, non usa giri di parole: «Le soluzioni per mitigare il rischio idrogeologico le conosciamo, ma spesso mi sento rispondere che sono "balle"». Un commento amaro, che suona come un monito davanti a un’emergenza diventata cronica. Intanto, nel duomo di Valdagno, don Samuele Stocco ha dedicato una preghiera ai due scomparsi durante la messa pasquale, mentre fuori, sotto il sole, il ponte dimezzato e la furia del torrente raccontavano senza veli l’entità della sciagura.




