La vendita di Gedi, il nuovo editore greco e le domande sul futuro dell'informazione

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Perché la possibile cessione del gruppo editoriale Gedi, che controlla testate come la Repubblica e La Stampa, mobilita con tale veemenza non solo le redazioni coinvolte ma anche l’intero arco politico, dal governo all’opposizione? La questione, che trascende la semplice operazione finanziaria, interroga il cuore di un sistema informativo il cui “peso” – è innegabile – non è più quello di un tempo, mentre si consuma una crisi strutturale che rende quasi invisibile, ormai, chi sfogli un quotidiano cartaceo e mostra dati in sofferenza persino per le edizioni digitali. Un panorama desolante, quello che si para dinanzi, che alcuni definirebbero l’approdo di un suicidio collettivo, sebbene la logica commerciale suggerisca di vedere nella trattativa, qualora andasse a buon fine, un esito positivo per tre attori: il venditore stanco, il compratore desideroso e l’acquistato stesso, che troverebbe nuova linfa.

L'editore in arrivo e le ombre di rapporti internazionali

La trattativa, tuttavia, non si legge esclusivamente in questi termini, poiché a entrare in gioco è il profilo dell’armatore greco indicato come nuovo editore, personaggio di cui nelle redazioni – compresa quella di HuffPost, parte del gruppo – si sa ancora poco, se non alcuni elementi controversi della sua sfera di relazioni. Egli vanta, infatti, una dichiarata ammirazione per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un buon rapporto con la premier Giorgia Meloni e affari in comune con il principe saudita Mohammad bin Salman, definito da alcuni “di stampo rinascimentale”, aggettivo che suona sinistramente ironico se associato alla sorte del giornalista Jamal Khashoggi, il quale varcò la soglia del consolato saudita a Istanbul nell’ottobre 2018 per non fare più ritorno. Sono questi legami, più della transazione in sé, a gettare un’ombra lunga e a sollevare interrogativi sulla possibile autonomia futura delle testate.

La difesa del presidio territoriale e la mobilitazione politica

La preoccupazione, del resto, non investe soltanto i grandi giornali nazionali ma si estende a quel tessuto capillare di informazione locale che costituisce un presidio fondamentale per i territori, come dimostra il caso specifico de La Sentinella del Canavese, storico punto di riferimento per l’area eporediese e canavesana. Proprio a difesa di questa funzione, il consigliere regionale piemontese Sergio Bartoli ha presentato un ordine del giorno in Consiglio regionale, sottolineando come, al di là della natura privata dell’operazione, l’informazione di prossimità rappresenti un bene comune da tutelare. Una presa di posizione che evidenzia come la posta in gioco sia percepita come ben più alta della mera compravendita di un asset.

Il paradosso di un governo preoccupato e una crisi sistemica

Rimane, infine, il paradosso di un governo che esprime pubblicamente la propria attenzione per le sorti del gruppo Gedi, mentre la crisi che attanaglia i giornali e il giornalismo italiano è profonda e di natura strutturale, resa ancor più evidente dai continui strappi nei bilanci editoriali. In questo contesto, i rimpianti per un passato glorioso o le dichiarazioni di principio sul pluralismo servono a ben poco, sostituiti dalla necessità di un crudo realismo. Come ha ironicamente commentato un corsivo apparso sulla Stampa, che resta tra le voci più credibili in questa vicenda, lo sforzo appare talvolta grottesco, quasi da immaginare la premier “colta da una violenta crisi di riso mentre esprime l’attenzione del Governo”. Una battuta amara che, più di molte analisi, fotografa la distanza tra le parole della politica e la concretezza di un mercato – e di una professione – in profonda trasformazione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.