Opec: raid su infrastrutture energetiche aumentano volatilità del mercato
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Redazione Economia
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L’ombra lunga degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, quelli che ormai da settimane tengono il Golfo con il fiato sospeso, si allunga dritta fino ai tavoli dove si decide il prezzo del greggio. L’Opec, l’organizzazione che raccoglie i principali Paesi produttori di petrolio, lo ha dichiarato senza mezzi termini: quei raid, e più in generale qualsiasi azione capace di compromettere la sicurezza dell’approvvigionamento, stanno alimentando una volatilità che nessuno, tra i membri dell’alleanza allargata, può più permettersi di ignorare. “Qualsiasi azione che comprometta la sicurezza dell’approvvigionamento energetico – si legge nella dichiarazione del comitato ministeriale dell’Opec+, riunitosi oggi in videoconferenza – sia attraverso attacchi alle infrastrutture sia attraverso l’interruzione delle rotte marittime internazionali, aumenta la volatilità del mercato e indebolisce gli sforzi collettivi per sostenere la stabilità”. Parole pesanti, quelle che arrivano da un cartello abituato a misurare con attenzione ogni termine, e che arrivano in un momento in cui la tensione tra Washington e Teheran sembra ormai aver superato ogni punto di non ritorno.
L’aumento teorico dell’Opec+ e il paradosso del greggio bloccato
L’Opec+, nel tentativo di mandare un segnale – se non ai proiettili, almeno ai mercati – ha annunciato un incremento della produzione pari a 206 mila barili al giorno, a partire dal prossimo maggio. Un numero preciso, quasi chirurgico, che però rischia di restare lettera morta. Il paradosso, ed è un paradosso che gli analisti conoscono bene, è che i Paesi con maggiori margini per pompare più greggio sono proprio quelli geograficamente e logisticamente più esposti al blocco delle rotte marittime e ai danni materiali sugli impianti. Un’ironia crudele, se si pensa che proprio quelle infrastrutture colpite – depositi, oleodotti, piattaforme – sono le stesse che dovrebbero garantire l’extra-flusso promesso. Così, l’annuncio rischia di rimanere sulla carta, mentre il petrolio vero continua a restare bloccato, intrappolato tra un mare minato e un cielo sorvolato da droni.
L’ultimatum di Trump e la replica di Teheran: “inferno per tutta la regione”
A rendere il quadro ancora più instabile ci ha pensato Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la stessa verve da sceriffo che aveva caratterizzato il suo primo mandato. L’attuale presidente degli Stati Uniti ha alzato il tiro in modo netto, lanciando un vero e proprio ultimatum a Teheran: 48 ore per raggiungere un accordo, “altrimenti – ha avvertito – sarà l’inferno”. Un avvertimento che non è caduto nel vuoto. La replica iraniana, infatti, non si è fatta attendere, ed è stata altrettanto dura: “L’intera regione per voi sarà un inferno”. Parole che sembrano riecheggiare i vecchi copioni della Guerra Iran-Iraq, ma che oggi hanno il sapore amaro di un conflitto ormai a pochi passi. Nel frattempo, continuano senza sosta le operazioni di soccorso per localizzare un aviatore americano disperso – il pilota di un caccia F-15E abbattuto in territorio iraniano – e questo solo dettaglio, da solo, dice molto sulla temperatura dello scontro.
Il raid di Kuwait e i danni al Ministero delle Finanze: un precedente grave
Non solo mare e petroliere, però. Il fronte degli attacchi si è allargato nelle ultime ore al Kuwait, dove un drone di provenienza iraniana – stando alle prime ricostruzioni – ha centrato in pieno il complesso del Ministero delle Finanze. L’impatto ha provocato danni gravi alla struttura, senza che per ora siano state rese note vittime tra il personale. Un episodio che segna un’escalation qualitativa, perché colpire un ministero, un simbolo dello Stato, non è come attaccare una piattaforma in mare aperto. È un messaggio, forse il più chiaro finora, che la guerra non sarà confinata alle sole infrastrutture energetiche. E proprio mentre i riflettori sono puntati su Kuwait City, l’Opec+ ribadisce nella sua nota conclusiva un altro concetto spesso dimenticato: il ripristino degli impianti danneggiati non è immediato. Si tratta di operazioni complesse, costose, che richiedono tempi lunghi. E in un mercato che vive di aspettative, quei tempi lunghi si traducono subito in prezzi più alti, e in una volatilità che nessun aumento teorico di 206 mila barili riuscirà mai a calmare.




