La premier a Bruxelles tra crisi internazionale e partita interna sul fronte energetico
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Redazione Esteri
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La lunga giornata di vertice europeo, conclusasi oltre la mezzanotte sotto la “lanterna” dell’Europa Palace, ha restituito l’immagine di una Giorgia Meloni che, pur incassando un risultato rilevante sul fronte delle bollette, ha scelto di non nascondere le preoccupazioni più profonde legate agli equilibri globali. È stata proprio la premier, nel punto stampa finale, a rilanciare con forza la necessità che l’Unione europea si prepari a fronteggiare una possibile ondata migratoria, un’ipotesi che – nell’analisi del governo italiano – rischia di diventare concreta a seguito dell’escalation in Medio Oriente. Non si è trattato di un passaggio formale, ma di un avvertimento preciso rivolto ai partner comunitari: il tema della difesa delle frontiere esterne, secondo Palazzo Chigi, non può più essere rinviato, soprattutto ora che la crisi innescata dall’attacco a Teheran – a cui hanno preso parte Stati Uniti e Israele – minaccia di destabilizzare ulteriormente l’intera area.
A Bruxelles, però, il dossier caldo per l’Italia non era soltanto quello legato alla rotta di Hormuz. Sul tavolo dei capi di Stato e di governo è rimasto a lungo anche il nodo degli Ets, il sistema di scambio delle emissioni, con la presidente del Consiglio che ha dovuto gestire un confronto non privo di tensione con il premier spagnolo Pedro Sánchez. La posta in gioco era alta: Roma chiedeva con forza che venisse riconosciuta la possibilità per i singoli Stati di adottare misure nazionali urgenti, capaci di mitigare l’impatto delle diverse componenti che concorrono alla formazione del prezzo dell’elettricità. Alla fine, dopo una trattativa protrattasi per ore, le conclusioni del Consiglio hanno inrato questa richiesta, fissando al mese di luglio una revisione della materia ma lasciando intanto aperto il dialogo sugli strumenti che il governo intende mettere in campo con il decreto bollette. Un risultato che Meloni ha definito centrale, sottolineando come in una fase di particolare complessità, alcune regole europee finiscano per colpire in modo asimmetrico gli Stati membri.
Se sul piano della politica energetica la giornata si è chiusa con un’apertura ritenuta soddisfacente, sul versante geopolitico la premier ha preferito mantenere un profilo più defilato, almeno per quanto riguarda le dinamiche interne al gruppo dei Ventisette. Il lungo faccia a faccia con il primo ministro ungherese Viktor Orbán – durato un’ora e mezza – è stato infatti caratterizzato da toni aspri, con il presidente del Consiglio europeo António Costa che non ha esitato a definire “inaccettabile” la condotta di Budapest. Al centro della contesa, il blocco opposto dall’Ungheria al prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina, una decisione già approvata all’unanimità nello scorso dicembre e che ora rischia di restare congelata, in aperta violazione – secondo molti leader presenti – del principio di leale cooperazione sancito dai Trattati. Pur in questo contesto, le dichiarazioni di stampo filo-ungherese attribuite nei giorni scorsi alla presidente del Consiglio sono state oggetto di smentite che, però, non hanno del tutto fugato le interpretazioni di chi legge in quelle posizioni una volontà di non rompere definitivamente con Orbán.
L’attenzione della premier, del resto, sembra proiettarsi sempre più verso il fronte interno, come testimoniano i contenuti diffusi attraverso i propri canali social. In quelle pagine, la massima enfasi è stata riservata alla campagna referendaria, evidentemente considerata una priorità politica di prim’ordine. Il messaggio che trapela dall’azione di governo è chiaro: pur con un’agenda europea densa di crisi internazionali e di scontri tra capitali, l’esecutivo intende giocare la partita nazionale senza lasciarsi distrarre, cercando di capitalizzare i risultati ottenuti a Bruxelles per dare gambe operative alle misure annunciate in materia di energia.
L’allarme sui rifugiati e la risposta della Commissione
La crisi nel Golfo, con le sue inevitabili ripercussioni sulle rotte commerciali e sui prezzi delle materie prime, ha fornito alla presidente del Consiglio l’occasione per rilanciare un tema spesso divisivo in sede europea. L’ipotesi di una nuova ondata migratoria, conseguente alla instabilità nella regione mediorientale, è stata presentata come una sfida che richiede meccanismi di reazione immediati, nei quali la difesa dei confini esterni deve diventare un pilastro imprescindibile. In questa cornice, l’apertura mostrata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sul fronte energetico ha rappresentato un elemento di discontinuità: la possibilità di attivare misure nazionali urgenti, infatti, non solo dà respiro al governo italiano sul caro-bollette, ma fornisce anche un argomento tangibile da portare al tavolo delle trattative interne, in un momento in cui il governo è chiamato a dimostrare coerenza tra le battaglie condotte a Bruxelles e le soluzioni concrete per famiglie e imprese.
Le asimmetrie energetiche e il negoziato serrato sulle conclusioni
Quella che Meloni ha descritto come “una lunga discussione” si è in realtà concretizzata in un braccio di ferro serrato per inserire nelle conclusioni del Consiglio un linguaggio che legittimasse interventi straordinari da parte degli Stati membri. La questione centrale per l’Italia – ha ribadito la premier – rimane quella della competitività, minata da prezzi dell’energia che scontano regole pensate per contesti economici meno fragili. Riuscire a far riconoscere che gli Ets e le altre componenti della tariffa elettrica impattano in modo diverso a seconda delle situazioni nazionali è stato il primo, necessario passo per consentire, da lunedì, di lavorare operativamente sul decreto bollette. La tensione con Sánchez, in questo quadro, è emersa proprio sulla tempistica e sulla portata delle deroghe concesse, a dimostrazione di quanto il dossier energetico resti uno dei terreni più accidentati nel rapporto tra i paesi del Sud Europa e le istituzioni comunitarie.
La partita ucraina e i rapporti con Orbán
Nonostante il focus sul caro-energia e sulla sicurezza dei confini, il Consiglio europeo è stato anche il palcoscenico di un’altra resa dei conti, quella con Budapest. La decisione di Viktor Orbán di bloccare il prestito da 90 miliardi a Kyiv ha scatenato la reazione di molti leader, con António Costa che ha messo nero su bianco il giudizio negativo sull’operato ungherese. Per Meloni, la gestione di questo fronte si è rivelata delicata: da un lato, l’appartenenza al gruppo dei conservatori e le affinità politiche con Orbán rendono scomodo un attacco frontale; dall’altro, l’interesse nazionale e la posizione dell’Italia sul sostegno all’Ucraina impongono di non apparire come l’anello debole della catena atlantica. Le dichiarazioni di stampo filo-ungherese, per quanto ridimensionate dall’entourage della presidente, hanno alimentato per tutta la durata del vertice un alone di ambiguità che né la fermezza sulle regole comunitarie né il risultato ottenuto in materia energetica sono riusciti a dissipare del tutto.




