Il Barça vince 3-0 ma non basta: l’Atletico Madrid vola in finale di Coppa del Re dopo tredici anni
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Redazione Sport
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La notte del Camp Nou, quella in cui il Barcellona aveva giurato a sé stesso di rendere possibile l’impossibile, si è fermata a un passo dalla leggenda. Il 3-0 inflitto all’Atletico Madrid nella semifinale di ritorno, firmato dalla doppietta del giovane Marc Bernal e dal rigore di Raphinha, è risultato infatti ampiamente insufficiente per ribaltare il pesantissimo 4-0 subito tre settimane fa al Metropolitano. L’impresa, quella che a Barcellona chiamano remuntada e che avevano già scolpito nella storia contro il Paris Saint-Germain anni fa, è stata solo sfiorata: il pass per la finalissima del 18 aprile alla Cartuja di Siviglia se lo sono assicurato i colchoneros di Diego Simeone, bravi a soffrire e a gestire il vantaggio accumulato all’andata.
Fin dall’inizio, la formazione guidata da Hansi Flick ha mostrato una determinazione feroce, divorando il campo e mettendo alle corde gli avversari, quasi a voler cancellare con una prestazione perfetta la brutta figura dell’andata. Eppure, nonostante un predominio territoriale schiacciante e una mole di gioco imbarazzante per l’Atletico, il primo tempo si è chiuso solo sul 2-0: il primo a firmarlo è stato Bernal, classe 2007, lanciato a rete da un assist al bacio del coetaneo Lamine Yamal, che ha letteralmente distrutto la difesa avversaria sulla fascia. Poco prima dell’intervallo, poi, un penalty concesso per un ingenuo fallo di Marc Pubill su Pedri ha permesso a Raphinha di spiazzare Juan Musso e di accendere quel briciolo di speranza in più nei novantamila del Camp Nou.
Nella ripresa, con l’Atletico rintanato nella propria area e incapace di ripartire, il Barcellona ha continuato a macinare gioco. E al minuto numero 72, ancora Bernal, questa volta con una conclusione al volo su cross di Joao Cancelo, ha fatto esplodere lo stadio, riportando i catalani a una sola rete dal sogno dei supplementari. Da lì in poi, però, la furia blaugrana si è scontrata con il muro eretto da Musso e con la stanchezza, fisica e mentale, di aver speso tutto senza riuscire a piazzare l’affondo decisivo. Flick ha perso prima Kounde, poi Balde per infortunio, e nel finale ha persino gettato nella mischia il difensore centrale Ronald Araujo come centravanti aggiunto, nel disperato tentativo di trovare un guizzo che però non è mai arrivato.
Un’espiazione lunga tredici anni per Simeone
Per l’Atletico Madrid, quella contro il Barcellona è stata una partita di puro sacrificio, giocata con il cronometro in mano e con la consapevolezza che, dopo la goleada dell’andata, sarebbe stato da matti sprecare tutto in una notte. E alla fine, il tecnico argentino, che ha costruito la sua leggenda a Madrid sulla solidità difensiva, ha potuto esultare per un ritorno in finale di Coppa del Re che mancava addirittura dal 2013, quando i colchoneros vinsero il trofeo proprio al Bernabeu, mettendo fine all’era di José Mourinho sulla panchina del Real Madrid. La squadra di Simeone ha retto l’urto, ha concesso pochissimo nei minuti di recupero e ha strappato un pass per Siviglia che sa tanto di riscatto dopo anni di digiuno in questa competizione.
Nonostante la prestazione opaca, quasi irriconoscibile per una squadra abituata a comandare il gioco, il Cholo ha potuto godere della prova monumentale del suo portiere, Juan Musso, e della generosità di Antoine Griezmann, tornato a fare l’equilibratore e il difensore aggiunto quando serviva proteggere il risultato. L’impressione, a fine partita, è che l’Atletico abbia vinto la semifinale al Metropolitano e l’abbia difesa con le unghie al Camp Nou, mostrando due facce diametralmente opposte ma ugualmente funzionali al raggiungimento dell’obiettivo.
Il derby basco per l’ultimo atto
Ora l’attenzione si sposta sull’altra semifinale, quella che mette di fronte le due squadre basche: la Real Sociedad, forte del successo per 1-0 maturato all’andata in casa dell’Athletic Bilbao, proverà a difendere il vantaggio nel retour match in programma domani sera al Reale Arena. Il derby, sentitissimo e ricco di tradizione, decreterà l’avversaria dell’Atletico nella finale del 18 aprile, e chissà che la Caruja non possa diventare il teatro di una nuova impresa per Simeone, che da tredici anni a questa parte ha fatto della resilienza la sua bandiera. Il Barcellona, invece, deve fare i conti con l’amarezza di aver dominato il gioco per novanta minuti e di essere comunque rimasto fuori, costretto a guardare avversari che, sulla somma dei due incontri, sono stati più cinici e concreti.




