Il caffè del mattino riduce il rischio di morte, lo studio della Tulane University sulla finestra oraria ideale

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il caffè, si sa, è molto più di una semplice bevanda: è un rito, un momento di socialità, un piacere personale che scandisce le giornate di milioni di italiani. Eppure, per lungo tempo, è stato guardato con un certo sospetto, quasi fosse un vizio da concedersi con parsimonia, temendone gli effetti sulla salute e in particolare sul cuore. Oggi, un nuovo studio osservazionale condotto dai ricercatori della Tulane University di New Orleans e pubblicato sullo European Heart Journal -1-8-10 arriva a rivoluzionare questa percezione, aggiungendo un tassello fondamentale a quanto già noto in letteratura scientifica. La ricerca, guidata dal professor Lu Qi, non solo conferma che il consumo di caffè non aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, ma ne attesta anzi gli effetti benefici, a patto di rispettare una variabile fino ad oggi poco considerata: l’orario di assunzione. Sembrerebbe infatti che la tazzina ideale, quella capace di dispiegare appieno le sue proprietà quasi terapeutiche, debba essere consumata entro una specifica finestra temporale, e che berlo in altri momenti della giornata possa addirittura vanificarne i benefici, se non interferire con i delicati equilibri del nostro organismo.

L’indagine, che ha coinvolto un campione ampio e rappresentativo di 40.725 adulti, ha monitorato per circa un decennio le loro abitudini alimentari, incrociando i dati con i registri dei decessi e delle cause di mortalità. Dall’analisi delle informazioni è emersa una distinzione netta tra i consumatori: il 36% del campione, definito come bevitore “mattutino”, assumeva caffè prevalentemente prima di mezzogiorno, mentre un 16% lo consumava nell’arco dell’intera giornata, dal mattino alla sera. Il restante 48% non ne faceva uso. I risultati sono stati sorprendenti e hanno tracciato una linea di demarcazione chiara: chi beveva caffè al mattino presentava un rischio di mortalità per qualsiasi causa inferiore del 16% e, dato ancor più rilevante, un rischio di morire per patologie cardiovascolari ridotto addirittura del 31% rispetto a chi non beveva caffè. Al contrario, per i bevitori “giornalieri”, coloro cioè che sorseggiavano la bevanda in più momenti, non è stata osservata alcuna significativa riduzione del rischio, annullando di fatto i potenziali effetti positivi legati al consumo.

Il ruolo chiave dei ritmi circadiani e l’ipotesi scientifica

Ma a cosa si deve questa differenza così marcata? L’ipotesi avanzata dal team di Lu Qi si concentra sull’interazione tra la caffeina e i ritmi circadiani, il nostro orologio biologico interno che regola i cicli di sonno-veglia, la pressione sanguigna e i processi infiammatori. Consumare caffè nel pomeriggio o in tarda serata potrebbe interferire con questo meccanismo delicato, in particolare sopprimendo la produzione di melatonina, l’ormone che favorisce il sonno. Uno squilibrio di questo tipo, prolungato nel tempo, può tradursi in un aumento dello stato infiammatorio generale dell’organismo e in un’alterazione dei valori pressori, fattori di rischio cardine per lo sviluppo di malattie cardiovascolari. In sostanza, se da un lato le sostanze antiossidanti e antinfiammatorie contenute nel caffè – e tra queste l’acido clorogenico – fanno bene al cuore, dall’altro l’assunzione in orari sbagliati potrebbe innescare meccanismi opposti, vanificando i benefici e potenzialmente creando i presupposti per l’effetto contrario.

Quantità moderate e l’effetto sul metabolismo secondo Bassetti

Un altro aspetto emerso con chiarezza dallo studio riguarda le quantità: i benefici per i consumatori mattutini sono stati osservati sia tra i bevitori moderati (da due a tre tazze al giorno) sia tra coloro che ne assumevano più di tre. Solo i bevitori definiti “leggeri”, con una tazzina o meno al giorno, hanno mostrato una riduzione del rischio inferiore, confermando una sorta di relazione dose-risposta. Questi dati si innestano nel più ampio dibattito, recentemente riacceso anche dagli interventi del divulgatore scientifico Matteo Bassetti, sugli effetti del caffè sul metabolismo e sul peso reo. Bassetti, nel ricordare come la caffeina sia una sostanza psicoattiva capace di stimolare il sistema nervoso centrale, ha sottolineato come un consumo corretto, e mai eccessivo, possa rientrare a pieno Titolo in uno stile di vita sano, contrariamente alla passata percezione che lo vedeva come un’abitudine voluttuaria da limitare. Lo statunitense Lu Qi, dal canto suo, apre a future linee guida dietetiche che possano includere non solo raccomandazioni su cosa e quanto mangiare, ma anche su quando farlo, sottolineando come “non è importante solo se si beve caffè o quanto se ne beve, ma anche il momento della giornata in cui lo si beve”.

I numeri dello studio e la svolta nella ricerca dietetica

La ricerca della Tulane University, per quanto osservazionale e quindi bisognosa di future conferme attraverso sperimentazioni cliniche controllate, ha il merito di aver acceso i riflettori su una variabile fino ad oggi trascurata. I numeri, d’altronde, parlano chiaro: su un totale di 4.295 decessi registrati nel periodo di follow-up, 1.268 erano riconducibili a malattie del cuore. Il fatto che i consumatori mattutini presentassero un’incidenza significativamente minore di questi eventi apre scenari importanti per la prevenzione. La credenza popolare che il caffè potesse alzare la pressione o affaticare il cuore viene così definitivamente superata da evidenze che ne dimostrano l’effetto protettivo, se inserito in un contesto temporale preciso. Come hanno osservato anche i ricercatori del Royal Brompton and Harefield Hospitals di Londra in un editoriale di accompagnamento allo studio, l’ipotesi che il consumo serale possa disturbare il sonno e alterare l’attività del sistema nervoso simpatico è più che plausibile, e suggerisce che la massima “bevete il vostro caffè, ma fatelo al mattino” possa presto diventare un nuovo paradigma della nutrizione.

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