Sara Campanella uccisa da cinque coltellate, l’autopsia conferma: il colpo alla giugulare è stato fatale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sara Campanella, la studentessa universitaria di 22 anni uccisa a Messina lo scorso lunedì, è morta per choc emorragico dopo essere stata colpita da almeno cinque coltellate, tra schiena e collo, di cui una particolarmente violenta le ha reciso la giugulare. L’esame autoptico, eseguito dal medico legale Elvira Ventura Spagnolo su incarico della Procura, ha accertato che il polmone sinistro era stato perforato da un altro fendente, ma è stata la ferita al collo a provocarne il decesso in pochi minuti. L’aggressione, avvenuta nel pomeriggio del 31 marzo, è stata confermata dall’omicida stesso, Stefano Argentino, 27enne collega di facoltà, che si è dichiarato colpevole senza tentare giustificazioni.
La dinamica, ricostruita attraverso le indagini e le dichiarazioni dell’accusato, lascia pochi dubbi sulla premeditazione. Argentino, che aveva precedentemente manifestato disagi esistenziali, ha aggredito la giovane con un coltello infliggendole colpi mirati, senza che lei avesse modo di difendersi. La madre del killer, Daniela Santoro, ha raccontato di averlo raggiunto dopo una telefonata in cui lui, in preda alla disperazione, annunciava l’intenzione di suicidarsi. «Parlava di un fallimento totale, dell’incapacità di provare emozioni», ha detto la donna, che all’epoca ignorava ancora il delitto. Soltanto dopo, consegnatosi ai carabinieri, Argentino ha ammesso l’omicidio, senza però chiarire del tutto i motivi che lo spinsero a colpire Sara, con cui non sembrava avere conflitti evidenti.
L’autopsia, durata quasi quattro ore, ha permesso di stabilire con precisione la sequenza delle ferite e l’impossibilità di sopravvivenza, data l’entità delle lesioni. I risultati, ora al vaglio della magistratura, saranno cruciali per il processo, anche se la confessione rende superflue ulteriori contestazioni sulla responsabilità materiale. Quello che resta da capire è se dietro il gesto si nascondessero disturbi non diagnosticati o un rancore improvviso, considerando che i due si conoscevano da tempo senza apparenti segnali d’allarme.




