Trump firma la pace a Gaza, assente Netanyahu: le mosse di Erdogan e al-Sisi
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Redazione Esteri
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Un lungo applauso ha scandito, nella cornice di Sharm el-Sheikh, la conclusione della cerimonia per la firma degli accordi di cessate il fuoco a Gaza e l’avvio del relativo piano di pace, un evento al quale hanno preso parte, siglandone l’esito, i leader di Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar. Donald Trump, affiancato dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, da Recep Tayyip Erdogan e dall’emiro tamim al Thani, ha definito l’intesa, nata da negoziati mediati anche attraverso un incontro diretto tra gli inviati americani e i vertici di Hamas, come “l’inizio della fase due” del processo per Gaza, riconoscendo un ruolo fondamentale proprio al-Sisi nella sua realizzazione.
La sedia vuota di Israele e le pressioni della vigilia
La scena, tuttavia, è stata caratterizzata da un’assenza di rilievo, quella del primo ministro israeliano, il quale sembrava ormai prossimo a raggiungere Sharm el-Sheikh per la firma dell’accordo, salvo poi comunicare un improvviso dietrofront giustificato con l’inizio di una festività religiosa. La sedia destinata a Netanyahu, posizionata non lontano da quella riservata al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, è rimasta vuota, in un silenzio che ha parlato più di molte parole. Alle sue spalle, si sono accumulate le pressioni, tra cui quelle provenienti dalla Turchia e dall’Iraq, che hanno contribuito a delineare un quadro diplomatico complesso e teso fino all’ultimo istante.
La regia americana e gli equilibri attorno al tavolo
La disposizione dei capi di stato dietro il lungo tavolo marrone della località egiziana ha rivelato, senza bisogno di commenti, i nuovi assetti di potere. Al centro, a condurre l’intera cerimonia con l’aria di chi è il trionfatore assoluto della serata, c’era Donald Trump, artefice di quella che si può definire una “Pax americana” imposta dall’alto. In prima fila, accanto a lui, i leader dell’Egitto, paese ospitante, del Qatar – il cui ruolo, fino a poco tempo fa oscillante tra Washington e Hamas, si è consolidato dopo le recenti operazioni militari – e della Turchia, con Erdogan che persegue il sogno di ritrovare un’influenza perduta sulle terre che un tempo appartenevano all’impero ottomano.
Le parole di Trump e la prospettiva di un nuovo inizio
“Finalmente abbiamo la pace in Medio Oriente”, ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo che “la svolta epocale che siamo qui a celebrare stasera è molto più della fine della guerra a Gaza: con l’aiuto di Dio, sarà un nuovo inizio per l’intero Medio Oriente”. Le sue parole, cariche di aspettativa, hanno tracciato un orizzonte ambizioso: “Da questo momento in poi, possiamo costruire una regione forte, stabile, prospera e unita nel rifiutare una volta per tutte la via del terrorismo”, ha concluso, indicando nella firma di Sharm non un punto di arrivo, bensì il fondamento di una ricostruzione politica ed economica ancora tutta da scrivere.




