Giornata mondiale sull’autismo, tra numeri in crescita e la sfida dell’inclusione nel cremasco
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Redazione Interno
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Sul territorio cremasco, a fare i conti con la complessità dello spettro autistico sono attualmente 378 minori, seguiti dai servizi nella fascia d’età compresa tra 0 e 18 anni, a cui si aggiungono 139 pazienti adulti presi in carico dalle strutture locali. Una fotografia, quella scattata in occasione del 2 aprile dall’ASST di Crema, che restituisce l’entità di un fenomeno spesso silenzioso ma profondamente radicato nel tessuto sociale: la ricorrenza, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, diventa così un’occasione concreta per rinnovare l’impegno nella promozione dell’inclusione e nel sostegno alle famiglie, al di là del suo valore puramente simbolico.
Un bambino su 77: i numeri di una prevalenza in aumento
Se si allarga lo sguardo al quadro nazionale, i dati tracciati dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia) e dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù delineano una realtà in continua evoluzione. Le stime più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità parlano chiaro: in Italia, il disturbo dello spettro autistico (ASD) riguarda circa un bambino su 77 nella fascia d’età 7-9 anni, con un’incidenza significativamente maggiore nei maschi rispetto alle femmine – un rapporto che si attesta intorno a 4,4 a 1. Complessivamente, si stima che siano circa 500mila le persone coinvolte, un dato in linea con quanto osservato a livello internazionale, dove la media si aggira tra l’1% e il 2% della popolazione. Un numero, questo, che non va interpretato in modo semplicistico come un’epidemia improvvisa, ma piuttosto come il risultato di una combinazione di fattori: da un lato, una maggiore consapevolezza diffusa tra i pediatri di libera scelta e le famiglie; dall’altro, un affinamento degli strumenti diagnostici che permette oggi di intercettare condizioni un tempo destinate a rimanere in ombra.
Diagnosi più precoci e l’importanza dei campanelli d’allarme
Proprio su questo versante, quello della diagnosi precoce, si gioca una partita decisiva per il miglioramento della prognosi e della qualità della vita. La letteratura internazionale indica che l’età media per l’accertamento si attesta intorno ai 49 mesi, ma in Italia si registra una tendenza a diagnosi sempre più tempestive, spesso effettuate intorno ai tre anni di vita. La Sinpia, in occasione della Giornata mondiale, ha voluto ribadire l’importanza di riconoscere i segnali precoci – quelli che gli esperti chiamano “campanelli d’allarme” – che possono manifestarsi già nei primi mesi di vita: l’assenza di risposta al proprio nome dopo i 12 mesi, la difficoltà a sostenere lo sguardo, la mancata condivisione dell’interesse per un oggetto indicato da un adulto, così come i comportamenti ripetitivi (il battere le mani, il dondolarsi) o le reazioni inusuali agli stimoli sensoriali. Riconoscere questi indicatori, sottolineano i neuropsichiatri, significa poter avviare tempestivamente un percorso di presa in carico multidisciplinare, fondamentale per contenere il rischio di complicanze e favorire lo sviluppo delle competenze comunicative e sociali.
L’organizzazione dei servizi e la disomogeneità territoriale
Se la scienza medica ha compiuto passi da gigante nell’individuazione precoce, lo stesso non si può dire dell’organizzazione dei servizi sul territorio nazionale. Nonostante l’esistenza di linee guida e di una rete specifica di coordinamento come il Network Nida (Network italiano per il riconoscimento precoce dei disturbi dello spettro autistico), la realtà dei fatti evidenzia ancora profonde disomogeneità tra una regione e l’altra. Laddove in alcune aree, come nel cremasco, si cerca di costruire modelli di rete che coinvolgono ASST, Comuni e terzo settore per garantire continuità assistenziale lungo tutto l’arco della vita, in altre realtà le famiglie si scontrano con liste d’attesa infinite e una carenza di interventi riabilitativi standardizzati. Il rischio, come avvertono gli addetti ai lavori, è che la maggiore consapevolezza diagnostica finisca per scontrarsi con una capacità di risposta del sistema sanitario ancora inadeguata, soprattutto nella delicata fase di transizione dall’età evolutiva all’età adulta.
Verso nuovi modelli di cura: l’approccio multidisciplinare
A fronte di questa complessità, il dibattito scientifico si sta concentrando sulla necessità di superare i vecchi modelli di intervento a favore di un approccio più flessibile e personalizzato. L’autismo, ricordano gli specialisti, non è una condizione monolitica ma un “insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo”: esiste l’autismo con compromissione intellettiva e del linguaggio e quello definito “senza compromissione associata”, un tempo noto come sindrome di Asperger, dove le caratteristiche si esprimono in modo più sottile, andando a connotare uno stile cognitivo e relazionale diverso ma non necessariamente deficitario. In quest’ottica, la presa in carico deve necessariamente essere effettuata da un’équipe multidisciplinare – che includa neuropsichiatri infantili, psicologi, terapisti della riabilitazione ed educatori – in grado di costruire un progetto terapeutico che tenga conto delle specificità individuali, delle comorbilità (spesso legate all’ansia o alla depressione) e delle diverse fasi della vita, rifiutando l’idea di un intervento standardizzato applicabile a tutti.




