Morte di Mohamed Amin Bessioud a Cosenza, la Procura apre un’indagine. La madre minaccia il suicidio e viene soccorsa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura della Repubblica di Cosenza, guidata dal procuratore Vincenzo Capomolla, ha formalmente aperto un fascicolo d’indagine sulla morte di Mohamed Amin Bessioud, il venticinquenne di origini tunisine e cittadino italiano che si è tolto la vita nel pomeriggio di giovedì 23 luglio, gettandosi dal balcone della propria abitazione nel corso di una perquisizione eseguita dai carabinieri.

L'evento, destinato a sollevare un profondo dibattito sulle modalità di intervento delle forze dell'ordine, si è consumato all'interno dell'appartamento di via dei Mille, dove il giovane si trovava agli arresti domiciliari per reati legati alla droga e alla guida senza patente.

Al momento non sono stati diffusi dettagli specifici relativi al contenuto del fascicolo, né è stata resa nota l'eventuale iscrizione della notizia di reato a 'modello' 45 bis, il nuovo registro istituito dal decreto sicurezza 2026 per le annotazioni preliminari dei fatti compiuti in presenza di una causa di giustificazione.

La dinamica della perquisizione e il tragico epilogo

Secondo le prime ricostruzioni fornite dagli inquirenti, i militari del Comando Provinciale di Cosenza si erano recati nell'abitazione del giovane per un controllo volto a verificare il rispetto della misura cautelare degli arresti domiciliari e l'eventuale presenza di altre sostanze stupefacenti. Durante le operazioni, nella camera di Bessioud sarebbe stato rinvenuto un quantitativo di hashish, indicato in circa cento grammi.

Dopo il ritrovamento, il venticinquenne sarebbe stato ammanettato e, a quel punto, stando alla versione fornita dagli stessi carabinieri, avrebbe spintonato uno dei militari per poi lanciarsi dal balcone del terzo piano. Trasportato d'urgenza in ospedale dal personale del 118, Mohamed Amin Bessioud è deceduto poco dopo a causa delle gravi ferite riportate. La volontarietà del gesto, sebbene in un contesto controverso, è stata sostanzialmente confermata anche dalla madre del ragazzo, che ha assistito alla scena.

Il dramma della madre e l'intervento dei sanitari

Il dolore per la perdita del figlio ha innescato un secondo, drammatico episodio all'interno della stessa abitazione di via dei Mille. La madre del venticinquenne, sopraffatta dalla crisi d'ansia e dal malore provocato dalla tragica morte del figlio, ha minacciato di gettarsi a sua volta dal balcone dell'appartamento. A lanciare l'allarme sono stati gli altri familiari presenti, che hanno immediatamente contattato il 118.

L'intervento tempestivo dei sanitari ha permesso di soccorrere la donna, che è stata presa in carico dagli operatori del Centro di salute mentale e successivamente trasferita al Pronto Soccorso dell'ospedale "Annunziata" di Cosenza per gli accertamenti del caso e per monitorarne le condizioni cliniche.

La contestazione della famiglia e le condizioni di fragilità

La famiglia di Mohamed Amin Bessioud, assistita dall'avvocato Osvaldo Rocca, ha espresso profondo sconcerto e ha già preannunciato azioni legali per fare luce sulla gestione della perquisizione. La madre del ragazzo ha dichiarato che il figlio soffriva di depressione, accentuata dopo la morte del padre, e che si sentiva "tormentato" da uno dei militari.

Il legale della famiglia ha sottolineato la fragilità psicologica del venticinquenne, evidenziando come stesse seguendo un percorso di recupero per le sue dipendenze e come avesse già tentato un gesto estremo in passato. L'avvocato Rocca ha chiesto una riflessione approfondita sull'adeguatezza delle procedure di intervento in contesti di tale vulnerabilità, sostenendo che la pressione esercitata possa aver rappresentato un innesco fatale per un soggetto già fortemente provato.

Il modello 45 bis e il contesto giudiziario

Uno degli aspetti su cui si concentra l'attenzione è il cosiddetto 'modello 45 bis', introdotto dal decreto sicurezza del governo per disciplinare le annotazioni preliminari del nome delle persone cui è attribuito un fatto commesso in presenza di cause di giustificazione, come la legittima difesa o l'adempimento di un dovere. Questo strumento, che non costituisce uno "scudo penale" ma un diverso sistema di annotazione, non è riservato alle forze dell'ordine, ma si applica a tutti quei casi in cui appaia evidente la presenza di una scriminante.

Al momento, la Procura di Cosenza non ha comunicato se per gli agenti coinvolti si procederà con l'iscrizione nel registro tradizionale degli indagati o con l'annotazione preliminare in questo nuovo modello, opzione che potrebbe essere presa in considerazione per l'atto compiuto nell'adempimento del dovere. La questione resta al centro dell'indagine che dovrà fare piena luce sulle responsabilità e sulle modalità con cui si è svolta l'operazione.

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