Ranucci e Gasparri, scontro sulla "pista nera" di Report mentre il gip ordina nuove indagini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Prima che andasse in onda l’ultima puntata di Report dedicata alle stragi di mafia del 1992, si è consumato un aspro confronto, tutto politico, tra il conduttore Sigfrido Ranucci e il senatore Maurizio Gasparri. Quest’ultimo ha definito “fanfaluche” le piste investigative riproposte dal programma, citando a sostegno le parole del procuratore capo di Caltanissetta, il quale avrebbe svalutato certi elementi probatori con un perentorio “valgono zero tagliato”. Ranucci, dal canto suo, ha raccontato di come Gasparri avesse tentato, senza successo, di fermare la messa in onda del servizio, il quale è poi regolarmente proceduto facendo ascoltare le registrazioni di una conversazione cruciale. In quelle intercettazioni, risalenti ormai a molti anni fa, l’autista di un noto boss mafioso palermitano parlava della presenza, a Capaci, di Stefano Delle Chiaie, figura storica dell’eversione nera, riportando così in primo piano la cosiddetta “pista nera”.

Il dibattito riacceso da vecchi audio e nuove ordinanze

Proprio quegli audio, che alcuni considerano un reperto ormai logoro e altri un tassello da rileggere, sono tornati al centro dell’attenzione non solo per la trasmissione televisiva, ma anche in sede giudiziaria. Il gip del tribunale di Caltanissetta ha infatti disposto nuove indagini nell’ambito del fascicolo che riguarda i mandanti esterni alle stragi, un procedimento che aveva conosciuto una fase di stasi. L’ordinanza prescrive l’acquisizione degli atti relativi ai colloqui che l’autista, Alberto Lo Cicero, ebbe con un pm antimafia nel 2007, poco prima della sua morte, gettando una luce diversa su dichiarazioni che erano rimaste a lungo in un cono d’ombra. Si tratta di un sviluppo che, inevitabilmente, riaccende i riflettori su una vicenda la cui complessità appare ancora tutta da sciogliere.

Le critiche dal centrodestra e il caso del consulente

L’ondata di polemiche sollevata dalla puntata di Report non si è limitata allo scambio tra Ranucci e Gasparri, ma ha coinvolto trasversalmente l’intero schieramento di governo, il quale ha lanciato un attacco a tutto campo contro il programma. L’argomento aggiuntivo portato all’attenzione pubblica dai partiti di maggioranza riguarda la figura di un consulente di diversi pubblici ministeri, anche legato alla redazione di Report, il quale risulterebbe detentore di un enorme archivio di documenti riservati. Una parte della politica vede in questa connessione un ulteriore motivo per mettere in discussione l’impianto delle inchieste condotte dalla trasmissione, in un clima di scontro che travalica i confini del merito giudiziario per approdare sul terreno dello scontro politico-mediatico.

Un puzzle investigativo che non smette di interrogare

La diatriba sulla attendibilità o meno di certe piste, che alcuni magistrati hanno più volte definito inconsistenti mentre altri le ritengono meritevoli di approfondimento, riflette la difficoltà estrema di arrivare a una verità giudiziaria definitiva su episodi così oscuri. Quello che emerge, al di là delle strumentalizzazioni e delle reciproche accuse, è un quadro in cui vecchi elementi si mescolano a nuovi impulsi investigativi, lasciando aperti interrogativi che la giustizia fatica a chiudere. La vicenda, con il suo carico di dolore e le sue ombre lunghe, continua a rappresentare una ferita aperta, che periodicamente ritorna a sanguinare nel dibattito pubblico e nelle aule dei tribunali, senza che alcuno possa affermare di possederne l’intera, definitiva ricostruzione.

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