Guerra in iran, un mese di scontri e lo stallo che apre alla diplomazia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È trascorso poco più di un mese – da quel 28 febbraio, per l’esattezza – da quando il conflitto tra Stati Uniti, Israele e l’Iran ha varcato la soglia di una semplice operazione militare per trasformarsi, invece, in una vera e propria crisi regionale. Quello che era iniziato come un confronto diretto si è allargato a macchia d’olio, coinvolgendo attori e territori che, fino a pochi mesi fa, sembravano ai margini dello scontro. Teheran, nel giustificare i propri attacchi contro obiettivi situati negli Stati del Golfo, ha ripetutamente richiamato la presenza di basi e interessi statunitensi; una motivazione, quest’ultima, che ha finito per legittimare agli occhi di alcuni alleati locali l’escalation successiva. E non è tutto: Hezbollah in Libano, la “Resistenza Islamica” in Iraq e, da sabato scorso, gli Houthi nello Yemen sono entrati progressivamente nel vortice delle ostilità, allargando il perimetro di una guerra che ormai brucia su più fronti.

Tre scenari per leggere il conflitto, secondo l’ex consigliere di Obama

Charles Kupchan – 68 anni, già consigliere di Barack Obama e oggi docente di relazioni internazionali alla Georgetown University – ha provato a mettere ordine in questo caos, delineando tre possibili chiavi di lettura. La prima è quella del campo di battaglia, la più immediata e cruenta, dove contano solo i rapporti di forza sul terreno. La seconda guarda invece alle manovre della diplomazia, quelle che si svolgono lontano dai riflettori e che spesso viaggiano su canali indiretti. La terza, infine, esplora i margini per un accordo non ambiguo, cioè per una soluzione che, per quanto fragile, possa interrompere la spirale di violenza. Kupchan ha però notato come l’intervento di Donald Trump – tornato alla Casa Bianca e quindi nuovamente presidente degli Stati Uniti – fosse molto atteso; eppure, alla fine, quel discorso non ha risposto alle domande di fondo, a cominciare da quella sulla possibile durata della guerra. Una mancanza, questa, che lascia aperti tutti e tre gli scenari senza privilegiarne alcuno.

Bombardamenti incrociati e negoziati indiretti a cinque settimane dall’inizio

A cinque settimane dal primo attacco, i bombardamenti incrociati continuano senza sosta. Non c’è giorno, ormai, che non si registrino raid o lanci di droni tra il fronte iraniano e quello israelo-americano, con ripercussioni che vanno ben oltre gli obiettivi militari. Intanto, però, si moltiplicano i segnali di una crisi energetica che l’Europa – come ha denunciato Dario Nardella, eurodeputato del Partito Democratico – sta pagando cara. Nardella, intervistato dall’agenzia Italpress per la rubrica Primo Piano Europa, ha sottolineato un paradosso: “L’obiettivo principale del conflitto israelo-americano contro l’Iran è aprire lo stretto di Hormuz, che era già aperto prima dell’inizio delle ostilità”. Una contraddizione, quest’ultima, che rende ancora più opaco il disegno strategico dei belligeranti. Tra un raid e l’altro, infatti, si susseguono da settimane contatti indiretti, canali di mediazione e incontri riservati; segno che, nonostante le apparenze, la porta alla trattativa non è mai stata del tutto chiusa.

L’europa paga il prezzo di un conflitto che non ha coinvolto né informato

“L’Europa sta pagando il prezzo economico di un conflitto sul quale non è stata né informata né coinvolta”. La frase di Nardella – che ha parlato anche delle ricadute sul nostro paese – riassume bene il senso di impotenza che aleggia nei palazzi comunitari. Il governo italiano, di fronte all’impennata dei prezzi dei carburanti, è dovuto correre ai ripari prolungando la riduzione delle accise su diesel e benzina; una misura tampone, quest’ultima, che però non risolve il problema strutturale di una guerra che rischia di durare. “Ci troviamo davanti a una guerra che non ha sbocco”, ha aggiunto l’eurodeputato, richiamando l’attenzione sul fatto che le potenze occidentali sembrano aver perso il controllo di un meccanismo che loro stesse hanno contribuito ad avviare. E mentre i combattimenti continuano, gli unici spiragli restano quelli, fragili e incerti, di una diplomazia che nessuno – a Teheran come a Washington o a Gerusalemme – sembra voler ufficialmente riconoscere, ma che tutti, sottotraccia, continuano a praticare.

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