La visita segreta di Netanyahu negli Emirati e il braccio di ferro sullo stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi mediorientale, già infiammata da decenni di tensioni latenti e mai realmente sopite, conosce un’ulteriore, significativa scossa. In un momento in cui la fragile tregua tra Israele, Stati Uniti e Iran sembra reggersi su equilibri precari, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha scelto la via del silenzio. Una visita lampo, tenuta in gran segreto, lo ha portato negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato lo sceicco Mohammed bin Zayed. L’appuntamento, rivelato solo a cose fatte, potrebbe rappresentare un vero e proprio terremoto diplomatico per l’intera area del Golfo, da sempre un puzzle di alleanze fluide e rivalità ataviche.

Lo stesso ufficio di Netanyahu, nel confermare l’accaduto, ha parlato senza mezzi termini di un “passaggio storico nelle relazioni tra Israele ed Emirati”. Un’affermazione che fa leva sugli Accordi di Abramo del 2020, quell’intesa che già allora aveva normalizzato i rapporti tra i due paesi, ma che oggi, nel clima di guerra strisciante contro l’Iran, assume una valenza quasi strategica. L’incontro segreto, insomma, non è stato un semplice gesto di cortesia; è piuttosto la messa a punto di un asse che guarda con crescente preoccupazione alle mosse di Teheran, mentre il canale di Hormuz, stretto fondamentale per il traffico petrolifero mondiale, diventa il nuovo fronte di una guerra psicologica.

Non a caso, dall’Iran è arrivata una replica secca e minacciosa. “Hormuz è sotto il nostro controllo”, hanno fatto sapere i vertici militari, un messaggio chiaro diretto innanzitutto agli Stati Uniti. È una sfida, quella lanciata dalla Repubblica Islamica, che si inserisce in un quadro già di per sé esplosivo. Il ministero degli Esteri iraniano, intanto, ha dovuto gestire un altro fronte caldo: l’accusa del Kuwait, secondo cui quattro uomini legati alle Guardie Rivoluzionarie avrebbero pianificato «atti ostili» nelle acque territoriali kuwaitiane. Teheran ha liquidato la vicenda come un banale incidente tecnico, sostenendo che si trattava di una pattuglia di routine finita fuori rotta a causa di un guasto al sistema di navigazione. Una spiegazione, questa, accompagnata dalla raccomandazione alle autorità kuwaitiane di «evitare commenti affrettati e affermazioni infondate», demandando ogni approfondimento ai canali diplomatici ufficiali.

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