La morte di Navalny, i cinque paesi europei accusano Mosca: "Fu avvelenato con il veleno di una rana freccia"
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Redazione Esteri
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Il mistero sulla morte di Alexei Navalny, il leader dell'opposizione russa morto due anni fa in una colonia penale siberiana, avrebbe infine trovato una svolta decisiva grazie al lavoro coordinato di cinque governi europei. I ministeri degli Esteri di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, riuniti a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, hanno diffuso una nota congiunta in cui si afferma con certezza che Navalny non è deceduto per cause naturali, bensì a seguito di un avvelenamento con una sostanza letale. Le analisi di laboratorio condotte sui campioni biologici prelevati dal suo Corpo, come si legge nel comunicato, hanno inequivocabilmente confermato la presenza di epibatidina, una tossina rarissima che si trova sulla pelle delle rane freccia, anfibi originari del Sudamerica e il cui veleno non è presente in natura in Russia. L'accusa, diretta e senza precedenti per chiarezza, punta il dito contro il Cremlino, sottolineando come solo lo Stato russo, detenendo Navalny in una prigione di massima sicurezza, avesse i mezzi, il movente e l'opportunità per somministrargli il tossico.
L'analisi dei campioni e la scoperta della rarissima epibatidina
La svolta nelle indagini, condotte dai laboratori nazionali dei cinque paesi, si basa su un dato scientifico incontrovertibile: il ritrovamento dell'epibatidina. Si tratta, spiegano i ministri degli Esteri, di un alcaloide potentissimo, una neurotossina che in Sudamerica viene utilizzata dalle popolazioni indigene proprio per la caccia, intingendo le punte delle frecce nel secreto delle rane del genere *Phyllobates*. La sua presenza nel del dissidente, hanno dichiarato fonti diplomatiche, non può essere attribuita a un caso fortuito o a una contaminazione ambientale, considerata l'assenza naturale della sostanza in territorio russo. Data l'estrema tossicità dell'epibatidina, che causa paralisi e arresto respiratorio, e la sintomatologia riportata al momento del decesso, i governi europei ritengono che l'avvelenamento sia stata la causa altamente probabile della morte, confutando così la versione ufficiale di Mosca che per due anni ha parlato di cause naturali.
La reazione di Mosca e le conseguenze giuridiche internazionali
Di fronte a queste accuse, arrivate a ridosso del secondo anniversario della morte di Navalny, la risposta della diplomazia russa non si è fatta attendere, sebbene sia apparsa inizialmente sbrigativa. Fonti del ministero degli Esteri, citate dalle agenzie di stampa, hanno respinto le conclusioni dei cinque paesi europei definendole "insinuazioni" e "propaganda", parte di una campagna orchestrata dall'Occidente per diffamare il paese. Il portavoce del Cremlino, interpellato sulla questione, ha dichiarato che non ci sarebbero commenti da fare in attesa di vedere i dettagli dei test, rigettando al contempo ogni addebito. Parallelamente, la portata dell'accusa ha già varcato i confini della mera polemica politica. I rappresentanti permanenti dei cinque paesi presso l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche hanno infatti formalmente informato il direttore generale di quella che viene considerata una violazione russa della Convenzione sulle armi chimiche. Un atto, questo, che riapre il caso a livello internazionale e che si aggiunge alle pregresse preoccupazioni, espresse nella stessa nota, circa il mancato completamento della distruzione dell'arsenale chimico russo.




