Navalny ucciso con il veleno della rana freccia: l’inchiesta dei cinque Paesi europei punta il dito contro Mosca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A due anni esatti dalla morte di Alexey Navalny, avvenuta il 16 febbraio del 2024 in una colonia penale siberiana oltre il Circolo Polare Artico, un’inchiesta congiunta condotta da cinque governi europei ha portato alla luce quella che definiscono la prova definitiva dell’avvelenamento del leader dell’opposizione russa. I ministeri degli Esteri di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, riunitisi a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui si afferma che l’analisi dei campioni prelevati dal Corpo del dissidente, conservati prima della sepoltura, ha confermato in modo inequivocabile la presenza di epibatidina, una neurotossina letale -5-6. Si tratta di una sostanza la cui origine, stando a quanto ricostruito, è quanto mai singolare e rara: in natura la si trova esclusivamente sulla pelle delle cosiddette rane freccia, piccoli anfibi originari delle foreste pluviali dell’Ecuador, il cui veleno viene tradizionalmente utilizzato dalle popolazioni indigene per intingere le punte delle cerbottane da caccia -2.

La potenza di questo veleno, che agisce sul sistema nervoso paralizzando i muscoli e portando all’arresto respiratorio, è stata paragonata a quella di agenti chimici di sintesi come il gas sarin, con un’efficacia che alcuni rapporti quantificano in duecento volte superiore a quella della morfina -2-6. La conclusione a cui sono giunti gli investigatori dei cinque servizi di intelligence, coordinati in particolare dagli scienziati del laboratorio britannico di Porton Down, è che solo lo Stato russo avrebbe potuto avere i mezzi, il movente e l’opportunità per somministrare una sostanza del genere a Navalny mentre si trovava in detenzione -8-10. Non esiste, come ha sottolineato la vedova Yulia Navalnaya in una conferenza stampa a Monaco, alcuna spiegazione plausibile per la presenza di questa tossina nel di suo marito, dato che le rane che la producono non vivono in cattività e non sono presenti in natura sul territorio russo -8.

La replica del Cremlino e le reazioni della vedova Navalnaya

Dinanzi a queste accuse, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha respinto al mittente ogni addebito, definendo le dichiarazioni dei Paesi europei come mere insinuazioni propagandistiche. In un’intervista all’agenzia Tass, Zakharova ha dichiarato che in assenza della pubblicazione delle formule chimiche e dei dettagli dei test, qualsiasi commento ufficiale sarebbe prematuro, e ha aggiunto che queste rivelazioni sono orchestrate unicamente per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni dell’Occidente -4-7. Una posizione, questa, che ricalca la linea costantemente tenuta dal Cremlino sin dalla morte dell’oppositore, inizialmente archiviata dalle autorità penitenziarie russe come dovuta a cause naturali o a una “sindrome da morte improvvisa”.

Di segno diametralmente opposto la reazione di Yulia Navalnaya, la quale ha rotto un silenzio durato mesi per accogliere con forza i risultati dell’inchiesta. La vedova dell’attivista, che ha raccolto l’eredità politica del marito continuando a denunciare il regime di Vladimir Putin, ha espresso gratitudine per il lavoro meticoloso svolto in questi due anni dagli esperti europei -2. "Ero certa fin dal primo giorno che fosse stato avvelenato", ha dichiarato Navalnaya sui suoi canali social e durante l’incontro con i ministri a Monaco, "ma ora la scienza lo ha dimostrato: Putin ha ucciso Alexei con un’arma chimica" -5-10. Una dichiarazione che arriva in un momento di particolare tensione internazionale, mentre dall’Ucraina continuano a giungere notizie di attacchi e mentre l’Europa osserva con crescente apprensione le mosse della Russia.

Le implicazioni diplomatiche e la segnalazione all’Opac

La nota congiunta dei cinque Paesi non si limita a un atto di accusa formale, ma apre uno scenario concreto sul piano del diritto internazionale. Francia, Germania, Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi hanno infatti annunciato l’intenzione di segnalare ufficialmente la Russia all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), l’ente con sede all’Aja che vigila sul rispetto della convenzione internazionale che vieta lo sviluppo, la produzione e l’uso di armi chimiche -6-9. L’uso dell’epibatidina, una sostanza che può essere prodotta anche sinteticamente in laboratorio e che agisce con meccanismi simili a quelli degli agenti nervini, configurerebbe, secondo i governi europei, una violazione flagrante di tale convenzione -3. Il sospetto, come emerso dalle dichiarazioni dei ministri, è che la Russia non abbia effettivamente distrutto tutte le sue scorte di armi chimiche, come invece era tenuta a fare, e che continui a farne uso per eliminare gli oppositori politici -1-3.

L’accusa, per la sua gravità, getta una luce sinistra sulle pratiche del Cremlino, inserendosi in una lunga scia di avvelenamenti e attentati che hanno visto protagonisti ex agenti dei servizi segreti e dissidenti, da Alexander Litvinenko a Londra nel 2006 fino a Sergej Skripal a Salisbury nel 2018 -8. La scelta di rendere pubbliche queste conclusioni proprio nei giorni dell’anniversario della morte di Navalny, quando la Conferenza di Monaco riunisce i leader mondiali, appare come un tentativo di mantenere alta l’attenzione su un caso che, per l’Occidente, simboleggia la lotta per la democrazia in Russia. Non si conoscono ancora i dettagli sulle modalità con cui il veleno possa essere stato somministrato all’oppositore, se attraverso un contatto cutaneo o con l’ingestione, ma gli inquirenti ritengono di aver ormai chiuso il cerchio sulla dinamica causale della morte.

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