Il giallo della morte di Navalny: ora cinque Paesi europei puntano il dito contro il veleno di una rana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A due anni esatti dalla scomparsa di Alexei Navalny, avvenuta il 16 febbraio del 2024 in una remota colonia penale rusa oltre il Circolo polare artico, l’ipotesi dell’avvelenamento, da molti data per scontata ma mai ufficialmente provata, trova una conferma destinata a pesare come un macigno sui rapporti, già logori, tra Mosca e l’Occidente. Un’indagine congiunta condotta dai servizi di intelligence e dai laboratori di cinque Paesi — Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi — ha portato alla luce quella che viene definita una "prova conclusiva": sul Corpo del dissidente, l’uomo che per anni aveva incarna to la sfida più scomoda al potere di Vladimir Putin, sarebbero state rinvenute tracce di epibatidina, una neurotossina potentissima il cui nome, fino a ieri, era noto solo a pochi tossicologi e agli studiosi della fauna sudamericana -1-6.

La sostanza incriminata, che i governi europei non esitano a definire un’arma chimica utilizzata dal Cremlino per mettere a tacere un oppositore scomodo, non è di quelle che si trovano comunemente in natura, men che meno sul suolo russo. La sua origine è specifica e geograficamente circoscritta: si tratta del veleno secreto dalle ghiandole cutanee delle cosiddette "rane freccia", piccoli anfibi dai colori sgargianti originari delle foreste pluviali dell’Ecuador e di altre aree del Sud America -2-4. Il meccanismo d’azione di questa tossina è tanto rapido quanto spietato: agisce come un potente bloccante neuromuscolare, interferendo con i canali del sodio e provocando una paralisi progressiva che, a seconda della dose, conduce all’arresto respiratorio. Un arsenale letale che le popolazioni indigene locali, da secoli, utilizzano per intingere le punte delle loro armi da caccia, da cui il nome evocativo di questi anfibi -7.

Tuttavia, a gettare ulteriore luce — e al contempo sollevare nuovi interrogativi sulla natura dell’omicidio — è il dibattito sorto tra gli stessi esperti circa la provenienza del veleno. Se l’accusa dei cinque Paesi parla genericamente di epibatidina, biologi e tossicologi consultati da diverse agenzie di stampa internazionali hanno avanzato una precisazione cruciale: la quantità di tossina presente sulla pelle di una singola rana, che pure è uno dei vertebrati più velenosi al mondo, sarebbe del tutto insufficiente per uccidere un uomo -3. Per raggiungere un tasso letale come quello che ha stroncato Navalny, sarebbe necessario spremere il secreto di un numero enorme di questi piccoli animali, un’operazione complessa e poco pratica. Da qui l’ipotesi, ritenuta dagli scienziati la più plausibile, che non si sia trattato del veleno grezzo, bensì di una sua versione sintetica, prodotta in laboratorio. Una copia chimica della molecola, identica negli effetti ma ottenibile con metodi farmaceutici, che richiederebbe competenze e strutture non certo alla portata di un comune criminale -3.

La vedova di Navalny, Yulia Navalnaya, che non ha mai smesso di battersi per ottenere giustizia e ha raccolto il testimone politico del marito, ha accolto le rivelazioni con la rabbia e la determinazione di chi vede confermati i peggiori sospetti. In un intervento pubblico in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la stessa città dove due anni fa venne data la notizia della morte, ha ribadito la sua accusa diretta al presidente russo, definendolo senza mezzi termini un assassino che deve rispondere dei suoi crimini -6-8. Le sue parole riecheggiano il dolore e la certezza espressi sin dal primo giorno: non un malore, non un cedimento cardiaco come sostenuto dalle autorità penitenziarie, ma un omicidio di Stato pianificato nei dettagli. Le analisi condotte su campioni biologici prelevati prima della sepoltura e fatti uscire clandestinamente dalla Russia avrebbero infine dato ragione a queste convinzioni.

Dall’altra parte, la reazione del Cremlino non si è fatta attendere ed è apparsa, come prevedibile, di netta chiusura. La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha liquidato la sa inchiesta europea come una banale operazione di propaganda, una "necropropaganda" l’hanno definita alcune agenzie di stampa russe, volta a gettare fango addosso alla Russia -5-9. Il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha respinto con fermezza quelle che ha definito "accuse infondate e di parte", ribadendo la versione ufficiale della morte per cause naturali -8. Una posizione, questa, che stride apertamente con le evidenze scientifiche portate dai cinque governi europei, i quali hanno già formalizzato una denuncia presso l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), accusando Mosca di aver violato la convenzione internazionale che vieta l’uso di sostanze tossiche a scopo di omicidio -10.

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