Caso Resinovich, il legale del fratello: "La vertebra era già rotta prima dell'autopsia"
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Redazione Interno
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A oltre tre anni dalla scomparsa di Liliana Resinovich, la donna di 63 anni trovata senza vita il 5 gennaio 2022 dopo essere uscita di casa il 15 dicembre precedente, il caso continua a registrare sviluppi giudiziari che ne complicano il quadro. L’ultimo riguarda le dichiarazioni di Giacomo Molinari, il preparatore anatomopatologo che, assistendo il medico legale Fulvio Costantini nell’autopsia dell’11 gennaio 2022, avrebbe ammesso di aver causato la frattura di una vertebra durante l’esame. Un’ammissione che ora viene contestata dai consulenti della difesa di Sergio Resinovich, fratello della vittima, secondo i quali la lesione alla vertebra T2 sarebbe preesistente.
I professori Vittorio Fineschi e Stefano D’Errico, incaricati dalla difesa, sostengono che la frattura risalga a prima dell’autopsia, contraddicendo così la versione di Molinari. L’avvocato Nicodemo Gentile, legale di Sergio Resinovich, ha presentato una querela per falso contro il preparatore anatomico, definendo le sue dichiarazioni «un bluff». «La lesione era già presente al momento della Tac effettuata l’8 gennaio», ha affermato Gentile, riferendosi all’esame diagnostico eseguito tre giorni dopo il ritrovamento del corpo.
Le indagini sulla morte di Liliana Resinovich hanno conosciuto fasi alterne: inizialmente archiviata come suicidio dalla procura di Trieste, la vicenda è stata riaperta con un nuovo fascicolo che vede come unico indagato per omicidio il marito della donna, Sebastiano Visintin, il quale si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. Le perizie difensive, però, gettano ora nuova luce sulle dinamiche, sollevando interrogativi sulle condizioni del corpo prima degli accertamenti ufficiali.




