Caso Resinovich, la perizia della difesa: "La vertebra era già fratturata prima della tac"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
A più di tre anni dalla morte di Liliana Resinovich, il caso continua a riservare colpi di scena che alimentano dubbi e interrogativi. Dopo la richiesta di archiviazione per suicidio avanzata dalla procura di Trieste e la successiva riapertura delle indagini, con il marito Sebastiano Visintin unico indagato per omicidio, un nuovo elemento riaccende i riflettori sulla vicenda.
Secondo la perizia disposta dalla difesa del fratello della vittima, Sergio Resinovich, la frattura alla vertebra T2 – ritenuta un possibile segno di violenza – sarebbe preesistente alla tac eseguita sul corpo il 8 gennaio 2022, tre giorni dopo il ritrovamento. Una conclusione che contraddice le recenti dichiarazioni del preparatore anatomico Giacomo Molinari, il quale aveva invece sostenuto di aver causato accidentalmente la lesione durante l’esame.
L’avvocato Nicodemo Gentile, legale di Sergio Resinovich, ha annunciato di aver querelato Molinari per falso, definendo le sue affermazioni «un bluff». «Le immagini della tac dimostrano che la vertebra era già compromessa», ha precisato Gentile, sottolineando come quelle dichiarazioni, arrivate a distanza di mesi, appaiano «tardive e mendaci». La querela mira a far luce sulle circostanze in cui siano state rilasciate, considerato che la frattura era già visibile nei referti iniziali.
La scoperta riapre ulteriori interrogativi sulle dinamiche della morte di Liliana, il cui corpo fu rinvenuto dopo venti giorni di ricerche. Se la lesione vertebrale non fosse dovuta a un errore durante l’autopsia, come sostenuto dal tecnico, ma risalisse al momento del decesso, si tratterebbe di un elemento potenzialmente cruciale per le indagini.




