La Cina invita Washington a fermare il blocco su Cuba, dopo l'inasprimento di Trump
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Redazione Esteri
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In un netto inasprimento della strategia americana verso l'area caraibica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che non ci saranno più "petrolio né denaro venezuelani per il regime di Cuba", puntando esplicitamente alla più grande isola dei Caraibi dopo l'operazione militare che ha portato alla caduta del principale alleato dell'Avana. "Fate un accordo prima che sia troppo tardi", ha ammonito Trump, rivolgendosi alle autorità cubane, mentre queste ultime, per voce del loro leader Miguel Díaz-Canel, hanno risposto che si difenderanno "fino all'ultima goccia di sangue", chiudendo la porta a qualsiasi negoziato politico con Washington e limitando i contatti alla sola sfera tecnica, in particolare alla gestione dei flussi migratori. La mossa, che segue di poco gli eventi venezuelani del 3 gennaio, viene interpretata come un messaggio diretto e intimidatorio a tutta l'area latinoamericana, basato sulla logica del "rompi e prendi i pezzi", ovvero sull'isolamento progressivo dei governi non allineati.
La replica di Pechino e la condanna delle coercizioni
A questa escalation ha replicato con fermezza la Cina, la quale, in una dichiarazione del 12 gennaio, ha invitato gli Stati Uniti a porre fine immediatamente al "blocco e alle coercizioni" contro Cuba. L'intervento di Pechino, che si inserisce in un quadro geopolitico più ampio di competizione tra le potenze, sottolinea come la questione cubana trascenda i confini regionali per assumere una rilevanza globale, trasformando l'isola in un simbolo delle tensioni tra differenti modelli di influenza. La posizione cinese, del resto, costituisce un elemento di sostegno diplomatico cruciale per L'Avana, la quale si trova ad affrontare quella che Trump stesso ha definito una strategia di strangolamento, con tutte le misure ormai dichiaratamente in atto.
L'isolamento come strumento politico
La decisione cubana di limitare i rapporti con Washington ai soli contatti tecnici, annunciata pubblicamente, rappresenta una presa di posizione politica di non subalternità, benché le conseguenze economiche dell'ulteriore stretta possano rivelarsi pesantissime, privando il paese non solo degli aiuti venezuelani ma anche di qualsiasi prospettiva di alleggerimento delle sanzioni. Questo irrigidimento reciproco, che pare non lasciare spazio a mediazioni di corto periodo, rischia di congelare ulteriormente una situazione già stagnante, mentre la Casa Bianca alza progressivamente la posta nella regione. La dinamica, per molti versi, ricorda le fasi più acute della guerra fredda, quando l'embargo serviva da strumento di pressione costante.
Le implicazioni per l'equilibrio regionale
Oltre alle immediate ripercussioni bilaterali, la nuova fase della politica americana verso Cuba solleva interrogativi sugli equilibri futuri dell'intero emisfero occidentale, segnato da una riconfigurazione delle alleanze e da una rinnovata assertività di Washington. L'azione contro il Venezuela e la successiva pressione sull'isola caraibica disegnano, infatti, una strategia articolata che mira a ridisegnare le sfere di influenza, un processo nel quale la risposta cinese gioca un ruolo non marginale. La situazione, dunque, evolve rapidamente su due piani distinti ma intrecciati: quello regionale, dove Cuba resiste all'accerchiamento, e quello globale, dove Pechino e Washington si contrappongono anche attraverso il sostegno a governi antagonisti.




