Gerusalemme, le porte del Santo Sepolcro restano chiuse: è la prima volta nella storia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Città Vecchia di Gerusalemme, crocevia di fedi e scrigno di una memoria millenaria, vive da settimane una sospensione forzata del proprio respiro spirituale. Il Santo Sepolcro, il luogo che la cristianità venera come il sito della crocifissione e della resurrezione di Gesù, è inaccessibile dal 28 febbraio, una circostanza che non ha precedenti nell’arco di secoli di storia. A confermare la gravità della situazione è padre Ibrahim Faltas, figura di spicco della Custodia di Terra Santa, il quale ha dovuto constatare come nemmeno il tempo liturgico più intenso dell’anno, quello della Quaresima che conduce alla Settimana Santa, possa scalfire la durezza delle misure imposte. L’allarme, rilanciato con forza attraverso i canali delle Chiese cristiane in Medio Oriente, parla chiaro: le funzioni domenicali sono state cancellate e quelle previste per la Settimana Santa, cuore pulsante della ritualità cristiana, rischiano di non poter essere celebrate se non in forme private o limitate, come lo stesso padre Faltas ha dovuto amaramente ammettere.

Una chiusura totale dopo l’escalation del 28 febbraio

Il portone d’ingresso della basilica, serrato il giorno stesso in cui sono iniziati i bombardamenti sull’Iran, non si è più riaperto, segnando un’interruzione forzata senza precedenti nella gestione del luogo più sacro per i cristiani. Non è solo una questione di pellegrinaggio impedito, ma di una rottura nella continuità storica: per la prima volta, infatti, la comunità cristiana si trova impossibilitata ad accedere al proprio santuario principale per un lasso di tempo così prolungato e continuativo. Il contesto di guerra in cui Gerusalemme è stata trascinata ha portato persino al danneggiamento degli edifici circostanti il Sepolcro, con rottami di missili caduti a pochi metri di distanza e uno di essi che si è incastrato nel tetto di un convento greco-ortodosso, sfiorando una tragedia che avrebbe potuto coinvolgere un vescovo novantaduenne.

L’Eid al-Fitr nel segno dei gas lacrimogeni e delle preghiere a cielo aperto

Se il Santo Sepolcro rappresenta il simbolo del silenzio imposto al cristianesimo, la situazione per i fedeli musulmani si è fatta drammatica proprio nel giorno più solenne del calendario islamico. Il 20 marzo, in occasione della festa di Eid al-Fitr che segna la fine del mese sacro del Ramadan, la polizia israeliana ha disperso con gas lacrimogeni le migliaia di persone radunate fuori dalle mura della Città Vecchia. L’obiettivo era trovare uno spazio per recitare le preghiere dell’alba, un gesto di devizione reso impossibile dalla chiusura totale del complesso di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro per l’Islam, che anch’esso rimane sbarrato per motivi di sicurezza dal fatidico 28 febbraio.

Le immagini che hanno fatto il giro del mondo mostrano scene di forte tensione: famiglie, anziani e bambini costretti a stendere i tappeti sull’asfalto di via Salahuddin o nei pressi di Porta di Damasco, trasformando i marciapiedi in moschee improvvisate sotto la sorveglianza dei droni e il fumo delle granate stordenti. Quella che avrebbe dovuto essere una giornata di riunioni familiari, abbracci e preghiere comunitarie, si è trasformata in un incubo di fughe e di paura, con le forze di sicurezza israeliane che hanno giustificato le restrizioni con la necessità di salvaguardare l’incolumità pubblica nel contesto di un conflitto regionale in corso.

Un Natzaret che arde e la pressione sulla popolazione

La tensione non si esaurisce all’interno delle mura ottomane di Gerusalemme. In Cisgiordania, l’occupazione si è fatta più pesante con un’accelerazione delle demolizioni e degli sfollamenti interni, una strategia che mira a ridisegnare la demografia del territorio spingendo la popolazione palestinese in enclave sempre più ristrette. La guerra, intanto, continua a tenere Gaza in una morsa umanitaria: il valico di Rafah ha riaperto solo per brevi periodi e per casi limitati, lasciando indietro una massa di sfollati e malati privi di cure.

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