Gerusalemme, i frati non hanno mai smesso di pregare al Santo Sepolcro nonostante la chiusura ai fedeli

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’accesso alla basilica del Santo Sepolcro, il luogo che per i cristiani custodisce il mistero della morte e resurrezione di Cristo, rimane interdetto ai pellegrini. Una misura, questa, imposta dalle autorità locali per ragioni di sicurezza in un clima di crescente tensione, che però non ha fermato il fluire della preghiera. È quanto emerge con chiarezza da una nota diffusa dalla Custodia di Terra Santa, l’ente francescano che da secoli ha il compito di proteggere e animare i santuari della Terra Santa. Il comunicato, di fatto, serve a fugare qualsiasi equivoco sorto nei giorni scorsi circa una presunta interruzione totale delle attività liturgiche nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme.

La precisazione arriva in un momento particolarmente delicato, a ridosso della Settimana Santa – il periodo liturgico più intenso per la comunità cristiana – quando il flusso di fedeli sarebbe solito aumentare esponenzialmente. La Custodia tiene a sottolineare un punto specifico e non negoziabile: la comunità dei frati francescani stanziati presso il Santo Sepolcro non ha mai cessato, né durante le ore diurne né in quelle notturne, lo svolgimento delle celebrazioni previste. Riti, processioni quotidiane e preghiere liturgiche continuano a scandire il tempo, rigorosamente secondo quanto stabilito dallo Status Quo, quell’intricato sistema di norme e consuetudini che dal XVIII secolo regola la convivenza e l’uso degli spazi sacri tra le diverse denominazioni cristiane.

Se dunque la preghiera non si è interrotta, lo stesso non si può dire per l’accesso dei fedeli. L’ingresso alla basilica, in queste settimane, è stato precluso ai visitatori proprio per motivi di sicurezza, una misura che rende fisicamente impossibile la partecipazione comunitaria ai riti per chi proviene dall’esterno. Tuttavia, all’interno di quelle mura millenarie, la liturgia prosegue secondo il suo corso ininterrotto. È una distinzione sostanziale che la Custodia ha voluto chiarire per ribadire la continuità della presenza francescana, una presenza che non è mai venuta meno nei secoli, nemmeno nei momenti più bui del conflitto.

E proprio in vista della Settimana Santa, la situazione resta avvolta nell’incertezza. Interpellati sul possibile svolgimento delle celebrazioni più solenni, i francescani hanno risposto con cautela, precisando che al momento non è possibile fare previsioni concrete. Una nota diffusa dalla Custodia spiega che l’apertura è in costante dialogo con le autorità competenti – israeliane, forse, o palestinesi, a seconda della giurisdizione del momento – e con le altre Chiese che, insieme ai frati, condividono la responsabilità del Santo Sepolcro. Questo dialogo, delicato e continuo, è l’unica via percorribile per tentare di garantire, se le condizioni di sicurezza lo permetteranno, lo svolgimento dei riti pasquali che rappresentano il culmine dell’anno liturgico.

Il silenzio delle pietre e la voce della diplomazia

Lo scenario che si prospetta è dunque quello di una Pasqua a forte rischio, almeno per quanto riguarda la presenza fisica di pellegrini internazionali che solitamente affollano le strade della Città Vecchia. Le porte della basilica restano chiuse per evitare assembramenti o peggio, in un contesto di sicurezza reso fragile dagli ultimi sviluppi geopolitici, ma la vita religiosa al suo interno non si è congelata. I frati, quelli che si tramandano l’antico privilegio di custodire il sepolcro vuoto, continuano a officiare. Lo fanno con i libri liturgici rinnovati di recente, che adattano il canto gregoriano alle esigenze della riforma conciliare, cercando di mantenere quella solennità che solo il luogo sacro sa conferire.

È interessante notare come la Custodia abbia scelto di intervenire pubblicamente per rettificare il tiro rispetto ad alcune notizie circolate. L’immagine di una basilica completamente ferma, abbandonata a se stessa, sarebbe stata profondamente fuorviante. I francescani, che hanno fatto della preghiera la loro missione principale in quei luoghi – un’attività che per secoli, quando l’accesso era rigidamente contingentato, ha rappresentato il loro principale apostolato – non hanno mai smesso di invocare la pace dietro quelle mura. La preghiera, in questo contesto, diventa un atto di resistenza silenziosa e di fedeltà a una vocazione che precede le difficoltà contingenti.

L’appello che arriva da Gerusalemme, però, non si limita a descrivere la situazione interna alla basilica. I frati rivolgono un invito a tutti i fedeli, chiedendo loro di unirsi in una preghiera corale affinché cessino la guerra e la violenza. La nota, filtrata anche attraverso l’agenzia ANSA, si conclude con una riflessione più ampia: l’unica strada capace di costruire una pace giusta e duratura è quella che percorre con coraggio e responsabilità le vie del dialogo, della diplomazia e della politica. Un messaggio che, partendo dal cuore della cristianità, si fa appello universale alla ragione in un momento storico in cui le soluzioni militari sembrano prevalere sul confronto diplomatico.

Il peso dello Status Quo in un tempo di guerra

La continuità dei riti, sebbene non visibili dall’esterno, è garantita dalla rigida osservanza dello Status Quo. Questo principio, che per secoli ha impedito modifiche unilaterali agli equilibri tra le comunità greco-ortodossa, latina e armena, si rivela oggi anche una garanzia di sopravvivenza liturgica. I frati continuano a recitare l’ufficio divino rispettando gli orari stabiliti, le cappelle vengono aperte per le celebrazioni comunitarie anche in assenza di pellegrini, e la vita conventuale segue il suo corso, pur nella consapevolezza di trovarsi in una città ferita.

Le autorità competenti, con le quali la Custodia è in contatto, valutano quotidianamente la situazione. Il fatto stesso che non ci siano previsioni sullo svolgimento delle celebrazioni della Settimana Santa è indicativo della precarietà del momento. Si naviga a vista, con la consapevolezza che se l’accesso rimarrà chiuso ai fedeli, la Pasqua sarà celebrata dai frati in una basilica vuota, senza le folle di pellegrini che da tutto il mondo si recano a Gerusalemme per rivivere i misteri della Passione. Un evento che, se confermato, segnerebbe un ulteriore strappo nel tessuto della presenza cristiana in Terra Santa.

La comunicazione dei francescani serve dunque a preparare il terreno, a spiegare che la chiusura non equivale a un abbandono. La preghiera, anzi, diventa l’unica forma di partecipazione possibile per chi non può essere fisicamente presente. Mentre i riflettori internazionali restano puntati sugli sviluppi militari della regione, nella Città Vecchia il tempo scorre secondo un ritmo diverso, fatto di canti gregoriani, incenso e letture che si susseguono da secoli. I frati, in questo, non sono solo custodi di un luogo, ma anche di una memoria che rifiuta di essere interrotta dal rumore delle armi.

Nessuna previsione per i riti della Settimana Santa

L’incertezza che aleggia sui riti della Settimana Santa è il tema centrale dell’attuale fase di attesa. Nonostante la continuità della preghiera, la celebrazione solenne del Triduo Pasquale richiederebbe, in condizioni normali, la presenza di una moltitudine di fedeli che percorrono la Via Dolorosa o si radunano nell’atrio della basilica. La mancanza di una previsione certa da parte della Custodia riflette l’impossibilità di pianificare eventi di massa in un contesto di sicurezza così labile.

Il dialogo con le autorità, menzionato nella nota, è probabilmente incentrato sulla valutazione dei rischi e sulla possibilità di deroghe. I frati, abituati a negoziare con le autorità civili e militari il passaggio delle processioni, si trovano ora a dover gestire una situazione paradossale: la basilica, normalmente affollata, è deserta, ma al suo interno le campane suonano e i cori si alzano regolarmente. La Settimana Santa, che culmina con la celebrazione della Resurrezione, diventa così un simbolo della speranza che resiste nonostante le apparenze contrarie.

L’invito alla preghiera per la pace, con cui si conclude il comunicato, assume quindi un peso specifico enorme. Non è un generico auspicio, ma una constatazione realistica: di fronte alla guerra e alla violenza, le uniche strade percorribili sono quelle del dialogo e della diplomazia. Una posizione che, pur nella sua neutralità religiosa, suona come una critica implicita a chi sceglie la via dello scontro. In attesa di sapere se le porte del Santo Sepolcro si riapriranno per la Pasqua, la Custodia di Terra Santa continua il suo lavoro quotidiano, fatto di preghiera, custodia e attesa.

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