Gaza, il caso del Santo Sepolcro e quella “destra del male” che non basta mai
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Redazione Interno
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C’è un talento, una devozione straordinaria, nel riuscire a sedersi alla destra di chi – per usare una definizione cruda quanto ormai consolidata nel dibattito pubblico – viene definito “sterminatore”. Eppure, per alcuni commentatori, quelli che un tempo si sarebbero detti “liberal” e che da tempo hanno assunto il ruolo di groupie acritiche di Benjamin Netanyahu, la malvagità mostrata dal governo israeliano nei mesi di guerra non sarebbe sufficiente. Si può e si deve fare di più, sembra suggerire il sottotesto di certe narrazioni. Lo si è visto con chiarezza domenica scorsa, quando la chiusura della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme ha rischiato di trasformarsi in un vero e proprio incidente diplomatico.
La vicenda, nata da un’incomprensione con la polizia israeliana, aveva messo in allarme le autorità religiose. Il Patriarcato Latino, attraverso il cardinale Pierbattista Pizzaballa, aveva fatto sapere di aver richiesto la possibilità per il vescovo di Gerusalemme di celebrare la Messa delle Palme all’interno del luogo sacro. Una richiesta, quella avanzata, che mirava a salvaguardare un diritto fondamentale. Le trattative, però, hanno trovato una soluzione nelle ore successive. È stato raggiunto un accordo che, in un certo senso, riporta alla mente le restrizioni vissute durante la pandemia: le celebrazioni della Settimana Santa potranno svolgersi a porte chiuse, con un numero ristretto di celebranti ammessi all’interno, mentre i fedeli seguiranno gli eventi in diretta streaming.
L’intervento della Casa Bianca, con il presidente Trump nuovamente alla guida degli Stati Uniti, ha fatto sentire il proprio peso. Fonti diplomatiche riferiscono che l’amministrazione americana ha espresso a Israele una chiara “preoccupazione” in merito alla chiusura del sito. Un segnale, quello proveniente da Washington, che ha contribuito a smussare gli angoli più spigolosi della disputa. Il Patriarcato Latino, dal canto suo, ha voluto ringraziare ufficialmente il presidente israeliano Isaac Herzog per il ruolo svolto nel facilitare l’intesa. Un dettaglio, questo, che non è passato inosservato: nessun ringraziamento, invece, è stato rivolto a Netanyahu, una scelta che lascia intendere dove si annidasse la maggiore resistenza alla soluzione.
Il peso delle parole del Custode di Terra Santa
In questo quadro di tensioni controllate e accordi raggiunti sul filo del rasoio, la voce della Chiesa locale si è fatta sentire con una profondità che trascende la mera cronaca diplomatica. Padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, ha diffuso mercoledì 1° aprile il messaggio pasquale. Un messaggio che, lungi dal limitarsi a commentare l’accordo di facciata, cerca di scavare nel significato più intimo della presenza cristiana in una terra lacerata. «In questa terra», ha scritto Ielpo, «dove ancora oggi sperimentiamo il peso della guerra, della violenza, della paura e dell’incertezza, la risurrezione di Cristo non è una parola lontana, ma un fatto concreto che ci chiede di cambiare sguardo».
Una richiesta, quella avanzata dal frate, che è insieme teologica e politica. Non lasciarsi determinare dal giudizio del mondo, ma imparare a leggere la storia con gli occhi di Dio. Una formula che, nel contesto specifico di Gerusalemme, assume i contorni di una critica implicita a chi, sia da una parte che dall’altra, strumentalizza il sacro per fini che sacri non sono. Il riferimento al “giudizio del mondo” riecheggia, per contrasto, proprio quelle voci che hanno scoperto che la malvagità di Netanyahu non bastava. Il messaggio di Ielpo sembra suggerire che c’è una lettura più alta della realtà, una lettura che prescinde dalle categorie trite e ritrite della propaganda.
Le celebrazioni si faranno, ma resta la ferita diplomatica
L’accordo, di fatto, sancisce che la Settimana Santa rimarrà tale anche a Gerusalemme. Le funzioni prepasquali e pasquali saranno garantite nel Santo Sepolcro, secondo un protocollo che limita fortemente l’accesso ai fedeli. Una soluzione pragmatica, quella adottata, che evita lo strappo istituzionale ma non cancella la tensione iniziale. L’incidente diplomatico si chiude, insomma, ma lascia intravedere la fragilità di un equilibrio che a Gerusalemme resta perennemente sospeso. Le autorità israeliane hanno concesso l’accesso agli spazi, i celebranti potranno officiare, ma il senso di un diritto riaffermato solo dopo una trattativa serrata rimane.
La scelta di Pizzaballa di rendere pubblico il contenzioso, e quella successiva del Patriarcato di indirizzare i ringraziamenti a Herzog piuttosto che all’esecutivo, dipingono il quadro di una relazione istituzionale complessa. Da un lato, la necessità di garantire la libertà di culto in uno dei luoghi più simbolici del cristianesimo; dall’altro, la constatazione che tale libertà, in un contesto di guerra e di chiusure, è soggetta a continui negoziati. La presenza della Casa Bianca ha funto da elemento di garanzia, dimostrando come, anche in una crisi apparentemente minore come quella di una chiusura domenicale, gli equilibri geopolitici più ampi giochino un ruolo determinante.
Uno sguardo che si fa concreto
Se dal punto di vista giudiziario e procedurale la vicenda si è risolta in pochi giorni, rimane sullo sfondo il tema sollevato dal Custode di Terra Santa. La resurrezione, per Ielpo, non è un dogma astratto ma un fatto concreto che impone un cambio di prospettiva. In una terra dove il peso della violenza e dell’incertezza si fa sentire quotidianamente, il tentativo di leggere la storia con “occhi diversi” rappresenta forse l’unica vera alternativa al giudizio sommario di chi siede alla destra del male. Un’alternativa che non si traduce in una facile condanna, ma in un esercizio di paziente ricostruzione del senso.
Le celebrazioni al Santo Sepolcro si faranno, dunque, e lo faranno in un’atmosfera che ricorderà ai più anziani i tempi del lockdown. I fedeli saranno costretti a casa, davanti a uno schermo, a testimonianza di come la fede possa essere vissuta anche nella separazione fisica. Ma al di là dell’aspetto logistico, l’intera vicenda ha messo in luce le contraddizioni di un potere, quello di Netanyahu, che non si accontenta di esercitare la forza ma pretende di dettare le regole anche nei luoghi che per definizione dovrebbero essere al riparo dalle logiche della guerra. E mentre i commentatori “liberal” continuano a misurare il grado di malvagità necessario, nella città vecchia di Gerusalemme si preparano i riti pasquali con la consapevolezza che, ancora una volta, è stato necessario un intervento esterno – quello della Casa Bianca – per ricondurre il rapporto con le autorità religiose entro i binari della ragione.




