Il diritto della forza e il rischio di un mondo in fiamme: il monito del Vaticano dopo l’attacco all’Iran
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Redazione Esteri
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L’appello, accorato e diretto, è arrivato chiaro dalla Sala Stampa della Santa Sede: Leone XIV, nel video messaggio che accompagna l’intenzione di preghiera per il mese di marzo, ha implorato i leader del mondo affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte. La supplica del Pontefice, diffusa attraverso la Rete mondiale di preghiera, tocca il tema del disarmo e della pace in un momento storico in cui il fragore delle armi, dagli attacchi congiunti di Usa e Israele all’Iran alle successive rappresaglie di Teheran nel Golfo, rischia di coprire ogni ragionevole tentativo di dialogo. “Signore della Vita, che hai plasmato ogni essere umano a tua immagine e somiglianza, crediamo che tu ci abbia creati per la comunione, non per la guerra”, recita la preghiera del Papa, un’orazione che mira dritta al cuore della crisi, chiedendo che le nazioni rinuncino agli armamenti e scelgano la via della diplomazia. È un’invocazione che non lascia spazio a fraintendimenti, in un contesto geopolitico divenuto ormai una polveriera, dove l’escalation di violenza sembra aver preso il sopravvento su qualsiasi istanza di mediazione internazionale.
A fare da contraltare analitico alla voce del Pontefice, ci hanno pensato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e l’arcivescovo di Chicago Blase Cupich, intervenuti a stretto giro per commentare la deriva degli eventi in Medio Oriente. Parolin, intervistato dai media vaticani, non ha usato mezzi termini nel definire la situazione, partendo proprio dalla crisi innescata dall’offensiva israelo-americana del 28 febbraio. Il Segretario di Stato ha parlato di un preoccupante collasso del diritto internazionale, un sistema, quello nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, che oggi sembra essere stato completamente stravolto. “Alla forza del diritto è stato sostituito il diritto della forza”, ha affermato Parolin, osservando come si stia pericolosamente affermando un mondo multipolare caratterizzato dal primato della forza e dall’autoreferenzialità degli Stati. Il nodo cruciale, per il cardinale, risiede nella dottrina della “guerra preventiva”, un concetto che non trova spazio nella Carta dell’Onu e che, se riconosciuto a singoli Paesi secondo criteri propri, rischierebbe di gettare il mondo intero in un conflitto generalizzato. Le sue parole riecheggiano la preoccupazione che, con questi attacchi, si sia aperta una porta difficilissima da richiudere.
La dottrina della guerra preventiva e il rischio di un’escalation senza controllo
Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto il cardinale Cupich, il quale, in un’ampia intervista, ha definito “discutibile” la scelta di attaccare un Paese sovrano in assenza di una minaccia immediata e comprovata. L’arcivescovo di Chicago ha ricordato che, stando alle informazioni disponibili, le capacità nucleari dell’Iran erano state neutralizzate già mesi prima, sollevando più di un dubbio sulla reale necessità di un’operazione militare su cosi larga scala. Cupich ha poi allargato lo sguardo, citando la dichiarazione congiunta firmata con i cardinali Tobin e McElroy, nella quale avevano messo in guardia da tempo sui rischi di un interventismo indiscriminato, non solo in Medio Oriente ma anche in altri teatri come il Venezuela o le tensioni con la Groenlandia. Una volta aperta la porta con gli attacchi, ha spiegato Cupich, diventa difficile prevedere dove si fermi la spirale della violenza. Il riferimento alla Prima guerra mondiale, scoppiata da una scintilla che sembrava localizzata, è parso tutt’altro che casuale: il timore è che la situazione possa sfuggire di mano con una rapidità impressionante, coinvolgendo l’intera regione del Golfo in un incendio le cui dimensioni sono oggi incalcolabili.
La rappresaglia iraniana e il prezzo pagato dai civili nel Golfo
Mentre il Vaticano leva la sua voce, sul terreno la crisi si allarga a macchia d’olio. L’Iran ha infatti avviato una rappresaglia che ha colpito aeroporti, porti e strutture civili in diverse aree della regione, con obiettivi in Qatar, Bahrein e Kuwait. Doha, Manama e Kuwait City sono state bersaglio di missili e droni, in una campagna che ha causato vittime anche tra i civili e acceso il timore di un conflitto regionale esteso. Le cronache riportano di danni a infrastrutture strategiche e di raid che hanno colpito anche il complesso militare della Guardia Rivoluzionaria a Teheran e siti di stoccaggio di missili a Isfahan e Shiraz. La risposta iraniana, insomma, ha dimostrato la capacità di colpire il cuore pulsante degli interessi occidentali nel Golfo, mettendo in ginocchio nazioni che fino a ieri sembravano essere rimaste ai margini del conflitto. È proprio questa estensione del teatro bellico a rappresentare il salto di qualità più preoccupante, una deriva che rischia di coinvolgere attori che fino a poco tempo fa svolgevano un ruolo di mediazione. Le immagini di esplosioni nei pressi di hotel frequentati da occidentali o di navi mercantili colpite nello Stretto di Hormuz raccontano una guerra che non fa più distinzioni e che semina il panico tra la popolazione civile.
Il diritto internazionale e le morti di serie A e di serie B
Parolin, nella sua riflessione, ha toccato un nervo scoperto: la selettività con cui la comunità internazionale giudica le violazioni del diritto. Non ci sono morti di prima e di seconda classe, ha scandito il cardinale, e non si può tollerare che in alcuni contesti le vittime civili vengano liquidate come semplici “danni collaterali” mentre in altri suscitano l’indignazione generale. Un’accusa pesante, che mira alla coscienza dell’Occidente e alla sua capacità di indignarsi a intermittenza. La Santa Sede, in questo senso, ha ribadito con forza la condanna di ogni coinvolgimento di strutture civili – scuole, ospedali, luoghi di culto – nelle operazioni militari, chiedendo che il principio della sacralità della vita umana venga sempre difeso al di là di ogni interesse strategico o militare. Per Parolin, il venir meno della consapevolezza che il bene comune è un beneficio per tutti, e che la giustizia e la sicurezza si realizzano solo quando sono condivise, rappresenta la radice profonda di questa crisi. La politica, quella fatta di discussioni, negoziazioni e concessioni, è stata sostituita dalla volontà di potenza e dall’imposizione del proprio ordine, un’illusione pericolosa che, come insegna la storia, non porta mai a una pace duratura.
Il ruolo della diplomazia multilaterale e l’appello alla responsabilità
In questo scenario di devastazione, la voce del Papa e quella dei suoi più stretti collaboratori non si limitano alla denuncia, ma indicano una strada. È la via della diplomazia, quella che utilizza tutti gli strumenti offerti dal confronto multilaterale per risolvere le controversie. Leone XIV, nei suoi appelli pubblici e nelle telefonate private ai capi di Stato, insiste sulla necessità di fermare la spirale della violenza prima che diventi una “voragine irreparabile”. La sua non è un’ingenuità disarmata, come ha tenuto a precisare Parolin in un’omelia, ma la consapevolezza che la pace si costruisce con pazienza, attraverso il dialogo e la tutela dei diritti fondamentali. Il Segretario di Stato ha auspicato che l’appello alla responsabilità del Papa riesca a toccare il cuore dei decisori politici, spingendoli a tornare al tavolo delle trattative. Perché, come ha osservato Cupich, se si perde il linguaggio della verità e dei principi condivisi per abbracciare quello delle opinioni parziali e delle fake news, si finisce per vivere in un mondo di illusioni, dove la prossima guerra sarà sempre dietro l’angolo. Mentre i venti di guerra continuano a soffiare, il Vaticano si fa portavoce di quei popoli che chiedono pace, un grido che, secondo Parolin, dovrebbe scuotere i governanti e spingerli a moltiplicare gli sforzi per uscire dall’abisso.




