Il Vaticano e la crisi di Gaza, Parolin: "Carneficina e ipocrisia internazionale"
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Redazione Esteri
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I negoziati per la pace a Gaza, aperti in Egitto, pongono l’accento su una richiesta precisa, quella di un maggiore impegno da parte di una comunità internazionale finora rimasta in larga parte inerte di fronte a un conflitto che, da due anni, sconvolge il Medio Oriente. In questo scenario, la Santa Sede ha ribadito la propria disponibilità a contribuire al dialogo, un’offerta che si inserisce in un quadro diplomatico particolarmente teso. La posizione vaticana, del resto, è stata recentemente e con forza riaffermata dal segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, il quale, in un’intervista, ha denunciato senza mezzi termini quella che ha definito «la carneficina in atto» e ha criticato «l’ipocrisia della comunità internazionale», mettendo altresì in discussione la liceità del costante invio di armi nella regione.
La dottrina della guerra giusta e il principio di proporzionalità
Già in occasione dell’imminente commemorazione dell’attacco terroristico da cui ebbe origine la guerra, Parolin aveva precisato la posizione della Santa Sede, richiamandosi alla tradizionale dottrina della guerra giusta così come espressa nel Catechismo della Chiesa cattolica. Secondo questa visione, se da un lato esiste un diritto del tutto legittimo alla difesa, dall’altro esso deve mantenersi entro confini ben precisi, rispettando il principio di proporzionalità tra l’offesa subita e la risposta messa in opera. Una linea di condotta, questa, che appare come un pilastro dell’approccio diplomatico vaticano, il quale, pur riconoscendo le ragioni di una nazione aggredita, ne contesta le reazioni quando queste eccedono, trasformandosi in una sofferenza sproporzionata per la popolazione civile.
Le relazioni diplomatiche tra Vaticano e Israele in difficoltà
Le ferme prese di posizione del cardinale Parolin non sono rimaste senza conseguenze sul piano dei rapporti bilaterali. Come ha sottolineato una giornalista esperta di affari vaticani, «il rapporto tra Vaticano e Israele si è incrinato dopo il 7 ottobre», data che ha segnato l’inizio delle ostilità. Lo scontro diplomatico, emerso pubblicamente, evidenzia una frattura profonda che va al di là delle contingenze immediate, toccando questioni di principio e di applicazione del diritto internazionale. Questo attrito, che coinvolge direttamente le rispettive rappresentanze diplomatiche, configura uno dei passaggi più delicati nei complessi rapporti tra la Santa Sede e lo Stato ebraico.
Il contesto delle manifestazioni e il valore del dialogo
In un panorama internazionale spesso caratterizzato da posizioni polarizzate, assumono un rilievo particolare le manifestazioni di quella parte di società civile che, in diverse parti del mondo, esprime un sincero desiderio di convivenza e tolleranza. Queste voci, seppur non direttamente coinvolte nei negoziati, rappresentano un humus culturale essenziale per sostenere qualsiasi sforzo di pacificazione. La Santa Sede, dal canto suo, continua a vedere nel dialogo, per quanto faticoso, l’unico strumento praticabile per porre fine a una crisi umanitaria di così vaste proporzioni, insistendo sulla necessità di superare quelle che ha apertamente definito forme di ipocrisia.




