La Biennale di Venezia e il nodo russo: Cacciari difende Buttafuoco mentre l’Europa congela i fondi
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Redazione Interno
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Non è facile restare impassibili di fronte allo scontro che, ormai da settimane, vede contrapposti la Biennale di Venezia e la Commissione europea. La scintilla, come spesso accade quando l’arte si intreccia con la geopolitica, è arrivata da una decisione tanto netta quanto controversa: permettere alla Russia di tornare a esporre nel proprio Padiglione, in occasione della 61ma edizione della Biennale d’Arte, prevista per il 9 maggio 2026. Un atto che, agli occhi di Bruxelles, suona quasi come una provocazione. Tant’è che l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura, braccio operativo della Commissione, ha inviato una lettera – anticipata da «la Repubblica» – con la quale avvia la procedura per congelare (se non revocare del tutto) un contributo da due milioni di euro. La posta in gioco, va detto, non è solo economica: è il principio stesso di autonomia culturale della Fondazione a essere chiamato in causa.
La procedura Ue e il muro difensivo della politica italiana
La lettera, arrivata venerdì, fissa i termini di un vero e proprio ultimatum. Trenta giorni di tempo per rispondere, dopodiché il rischio che i fondi saltino diventerà concreto. La posizione di Bruxelles è cristallina: “Via i russi o niente finanziamenti”. Nessuna sfumatura, nessuna mediazione apparente. Eppure, la Fondazione Biennale, guidata dal presidente Pietrangelo Buttafuoco – scrittore, giornalista, intellettuale di lungo corso della destra italiana – tiene il punto con altrettanta fermezza: “Certi di non aver violato alcuna norma”. Un’affermazione che, sul piano strettamente regolamentare, potrebbe anche avere un fondamento, ma che si scontra con la realtà politica delle sanzioni europee alla Russia. Intanto, a difesa di Buttafuoco, si è levato un muro compatto formato da Lega e 5 Stelle, mentre l’europarlamentare Stefani ha invitato i colleghi a “reagire”.
L’intervento di Cacciari: un passionale contro l’indignazione di chi giudica
E qui, a settant’anni dalla fine di un conflitto che ha ridisegnato i confini del mondo, entra in scena una voce fuori dal coro: quella di Massimo Cacciari. Ottant’anni, un passato da sindaco di Venezia, da parlamentare comunista, da filosofo stimato a livello internazionale. Ma nell’intervista che rilascia, più che il politico o l’accademico, è il “passionale” a parlare. Tanto che, a sentirlo, non lascia nemmeno finire le domande: dentro di lui brucia l’indignazione, e persino una certa incredulità, per gli attacchi che Buttafuoco sta subendo. “Torniamo alla Grande guerra quando Vienna bandiva Verdi?” si chiede, quasi retoricamente, Cacciari. Un paragone volutamente iperbolico, certo, ma che restituisce bene il clima di scontro tra chi vede nella presenza russa una resa culturale al nemico e chi, al contrario, la legge come un atto di coerenza artistica.
Arte, sanzioni ucraine e il conto alla rovescia per l’apertura
A complicare ulteriormente il quadro, poi, sono arrivate nelle ultime ore le sanzioni decise dall’Ucraina contro i rappresentanti del Padiglione russo. Un intervento che, di fatto, ha riacceso i riflettori su un dibattito – quello che intreccia arte e politica – già incandescente di per sé. Perché, al di là delle norme (violate o meno che siano), resta il fatto concreto: la Biennale rischia di perdere due milioni di euro in un momento in cui ogni risorsa conta. E, qualunque sia l’esito – che la Russia alla fine si defili o che resti al suo posto – la procedura avviata dalla Commissione segna già un precedente. La partita, insomma, è aperta. E si gioca a colpi di lettere formali, di scadenze ravvicinate e di dichiarazioni infuocate. Con un’apertura al pubblico fissata per il 9 maggio, il tempo per trovare una mediazione, se mai ci sarà, è ormai agli sgoccioli.




