Patty Pravo a Verissimo: “I miei abiti li faceva Gianni Versace. Ornella Vanoni? Mi manca la sua intelligenza”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La lunga intervista rilasciata da Patty Pravo a Silvia Toffanin, andata in onda oggi su Canale 5, ha offerto al pubblico uno spaccato autentico e privo di filtri di una carriera lunga sessant’anni, ma anche dei legami personali che hanno segnato il suo cammino artistico e umano. L’artista veneziana, reduce dalla partecipazione al Festival di Sanremo di quest’anno – l’undicesimo della sua storia, ha tenuto a sottolineare come quella kermesse non rappresentasse per lei una competizione, quanto piuttosto l’occasione per presentare dal vivo il suo nuovo progetto discografico, un’opera intima e al contempo maestosa che porta il Titolo di Opera. Il palco dell’Ariston, ha raccontato, è stato vissuto con la leggerezza di chi non ha più nulla da dimostrare, se non la propria inesauribile voglia di mettersi in gioco, e il calore del pubblico, a suo dire, ha ripagato questa scelta con un entusiasmo straordinario.
Il sodalizio con Versace e il rimpianto per un’amicizia
Nel racconto fluviale a Verissimo, spazio anche ai ricordi più preziosi legati al mondo della moda e delle amicizie illustri. Patty Pravo ha rievocato con dovizia di particolari il sodalizio artistico con Gianni Versace, lo stilista che per anni ha disegnato per lei abiti di scena diventati iconici, tra cui spicca quel leggendario abito in maglia metallica oro, una creazione del 1984 che la cantante indossò a Sanremo e che oggi è parte della collezione permanente della Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze, a testimonianza di un’eleganza senza tempo. Un guardaroba, quello firmato dallo stilista calabrese, che non era semplice stoffa, ma pelle seconda, corazza e poesia messa al servizio della musica. E proprio intrecciando i fili della memoria, la Pravo si è soffermata su un vuoto, quello lasciato da Ornella Vanoni, un’assenza che ha definito intellettuale prima ancora che fisica, lamentando la mancanza di quella scintilla di confronto e di quella profondità di pensiero che solo certi incontri sanno regalare.
L’approdo al Piper e le scelte di una vita controcorrente
Riavvolgendo il nastro di una carriera iniziata nei ruggenti anni Sessanta, la cantante è tornata alle origini, a quando, giovanissima, varcò per la prima volta la soglia del Piper Club a Roma. Fu lì, tra un passo di danza e l’altro, che Alberigo Crocetta, scopritore di talenti, la notò e le offrì un contratto discografico, dando il via a una delle storie più longeve e anticonformiste della canzone italiana. Da allora, Nicoletta Strambelli – o Nicola, come ha rivelato essere il suo vero nome di battesimo in un’altra recente intervista, a voler sottolineare un’identità sempre sfuggente e mai del tutto allineata -5 – ha costruito un personaggio che è molto più di una cantante: un’icona ribelle, una pantera bianca che ha attraversato decenni di musica senza mai piegarsi alle mode del momento. In questo lungo peregrinare, un ruolo fondamentale, quasi silenzioso ma costante, lo ha avuto Simone Folco, il suo assistente personale e curatore d’immagine, legato a lei da un rapporto che la stessa Patty ha definito di affetto fraterno e divertita complicità, un sodalizio umano e professionale che dura da anni e che lei descrive come un incontro di anime al di là della differenza d’età.
La musica come opera senza tempo
L’attenzione, nel corso dell’intervista, è tornata più volte a posarsi sul presente, su quel disco Opera che rappresenta una sintesi perfetta del suo percorso. Prodotto da Taketo Gohara e con la direzione artistica di Giovanni Caccamo, che è stato in studio con lei proprio per raccontare questa amicizia, l’album vede la partecipazione di alcuni tra gli autori più interessanti del panorama contemporaneo, come Giuliano Sangiorgi e Francesco Bianconi, a dimostrazione di una vitalità artistica che non conosce soste e di una capacità di dialogare con le nuove generazioni di musicisti. Il brano portato a Sanremo, che dà il titolo all’intero progetto, si configura come un vero e proprio inno alla vita, un’esortazione a trasformare ogni istante, ogni respiro, in un momento d’arte. Un messaggio potente che la Pravo sta portando in giro per l’Italia non solo nei teatri, con un tour che toccherà le principali città, ma anche in luoghi inconsueti come i musei, dove l’incontro con la sua voce diventa parte di un dialogo più ampio con la bellezza. Un modo, il suo, di ribadire che la musica, quando è autentica, non conosce confini e può essere fruita in contesti sempre nuovi, mantenendo intatto il suo fascino e la sua capacità di emozionare.




