L’ira di Spalletti, il faccia a faccia e quel messaggio alla squadra: "Vi state giocando la Juventus"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dopo l’ennesimo passo falso, l’ennesima serata storta che sa di resa, alla Continassa è successo qualcosa. Perché Luciano Spalletti, che pure nelle scorse settimane aveva alternato parole di circostanza a tentativi piuttosto maldestri di scuotere l’ambiente, questa volta ha deciso di giocare la carta più diretta, più cruda, più autentica che aveva a disposizione. E lo ha fatto davanti a tutti: giocatori, ovviamente, ma anche dirigenti. Giorgio Chiellini e Franco Modesto, figure ormai stabilmente integrate nella gestione tecnica del club, hanno assistito in silenzio al discorso del tecnico, trattenendosi poi per l’allenamento insieme all’ad Damien Comolli. Nessuno di loro, in quella riunione convocata all’indomani della battaglia casalinga con il Como – sì, proprio quella partita lì, finita malissimo – ha aperto bocca. Hanno lasciato che fosse l’allenatore a occupare interamente la scena, forse perché consapevoli che certe cose, in certi momenti, debba dirle solo chi ha la responsabilità diretta di ciò che accade in campo.

E Spalletti, in effetti, non si è risparmiato. Il suo ragionamento, a quanto si apprende, non è stato tanto un urlo, quanto piuttosto una constatazione secca, quasi chirurgica, della realtà che hanno davanti. Ha messo da parte per un attimo i discorsi tecnici, le riunioni video, le correzioni tattiche, e ha puntato dritto al cuore del problema, alla sostanza di quello che significa indossare una certa maglia. Il concetto, semplice e al tempo stesso terribile nella sua immediatezza, è stato più o meno questo: "Ragazzi, in queste partite non vi giocate soltanto un risultato, un trofeo o la qualificazione. Vi state giocando la Juventus". Una frase che pesa come un macigno, se ci pensi, e che arriva dopo settimane in cui la squadra ha dato l’impressione di smarrirsi, di perdere lucidità e identità proprio nei momenti cruciali.

L’autocritica e la scossa necessaria dopo il ko con il Como

Il dato, peraltro, è lì a certificare una difficoltà che non è soltanto percepita, ma concretissima. I numeri, si sa, sono spesso spietati, e in questo caso non fanno eccezione: la Juventus si ritrova con 46 punti in classifica dopo ventisei giornate, il peggior risultato degli ultimi quindici anni -6. Per rendersene conto, basta un confronto rapidissimo con la stagione precedente, quando alla stessa altezza del campionato Thiago Motta aveva racimolato tre punti in più nonostante le tante critiche che gli erano piovute addosso -2. Persino nella famigerata annata 2010-11, quella che aveva segnato il preambolo all’era dei filotti di Antonio Conte, i numeri erano più o meno questi, se non peggiori. E allora diventa chiaro che il problema non è più circoscrivibile a una serata storta, a un episodio arbitrale sfavorevole o alla sfortuna. È qualcosa di più profondo, radicato, che ha a che fare con la testa, con la convinzione, con l’autostima, come ha ammesso lo stesso Spalletti in conferenza stampa -1.

Il bello, se così si può dire, è che il tecnico toscano ha avuto l’onestà intellettuale di fare anche mea culpa. Perché in quel faccia a faccia con i giocatori non ha puntato soltanto il dito contro i loro errori, le loro incertezze, le loro notti no. Ha riconosciuto, lui per primo, di aver forse rotto un equilibrio che funzionava, di aver fatto richieste fuori tempo, di non aver letto correttamente l’umore del gruppo dopo la mazzata subita a San Siro contro l’Inter -6. Una ammissione di colpa, la sua, che in qualche modo riporta alla mente atmosfere già vissute a Napoli, quando in situazioni analoghe aveva avuto la stessa capacità di mettersi in discussione. Ma non è che le parole bastino, a questo punto. Serve qualcosa di più concreto, una reazione che venga dal campo, dai singoli, dal collettivo.

I conti in rosso e il peso di un’eliminazione che costa cara

E mentre la squadra cerca di ritrovare se stessa, dall’altra parte ci sono i numeri del bilancio a ricordare a tutti cosa significhi, economicamente parlando, fallire gli obiettivi. Perché la Juventus, in questa stagione, si gioca molto più che il prestigio. Si gioca una fetta consistente del proprio futuro finanziario. I premi Uefa, per dire, sono già stati messi in conto, ma se mercoledì contro il Galatasaray non dovesse arrivare quella rimonta disperata – e qualcuno già la chiama "mission impossible" – allora gli undici milioni di euro previsti per l’accesso agli ottavi di Champions svanirebbero nel nulla -3. E non finisce qui, perché se poi la qualificazione alla prossima edizione della massima competizione europea dovesse saltare, il conto diventerebbe ancora più salato: il solo bonus partecipazione, che si aggira intorno ai quindici milioni, andrebbe a farsi benedire, e con lui anche gli introiti da botteghino, quelli da sponsor, quelli da diritti televisivi -8.

C’è un numero, in particolare, che gira da giorni negli uffici di corso Galileo Ferraris ed è un numero che fa paura: circa trenta milioni di euro complessivi, tra mancati guadagni immediati e ridimensionamento dei ricavi futuri, potrebbero saltare se la squadra non dovesse centrare l’obiettivo minimo stagionale -3. Trenta milioni che, in un contesto di ristrutturazione del debito e di controllo serrato del fair play finanziario, rappresentano una boccata d’ossigeno fondamentale. Senza quella cifra, il rischio concreto è che si debba ripensare l’intero impianto della rosa, magari sacrificando qualche big, riducendo il monte ingaggi, modificando le strategie di mercato -8. Insomma, la posta in gioco è altissima.

L’ora delle scelte: Galatasaray e Roma, due facce della stessa medaglia

Ecco allora che la settimana che attende i bianconeri assume i contorni di un bivio drammatico. Da una parte il ritorno dei playoff di Champions, mercoledì all’Allianz Stadium, contro un Galatasaray forte del 5-2 dell’andata e della consapevolezza di avere un piede e mezzo agli ottavi. Servirebbe un’impresa titanica, una partita perfetta, per ribaltare un risultato che sembra aver già messo la parola fine al cammino europeo della Juventus -5. Ma dall’altra parte c’è il campionato, e domenica c’è la Roma all’Olimpico, uno scontro diretto per la Champions che vale doppio. I giallorossi sono lì, davanti, a più quattro, pronti ad allungare se la squadra di Spalletti dovesse distrarsi o arrivare con le pile scariche dopo la fatica di metà settimana -5.

La domanda, sottile ma inevitabile, è quale delle due competizioni conta di più. Quale delle due Champions, per usare un’espressione ormai di moda, abbia la priorità. E la risposta, per quanto cinica possa sembrare, è probabilmente quella che guarda al futuro, alla prossima stagione, ai bilanci, alla programmazione. Perché uscire ora dalla Champions è un danno, certo, ma restare fuori anche dalla prossima edizione sarebbe una catastrofe dalle conseguenze ben più profonde e durature. Ma Spalletti, nel suo discorso, non ha fatto calcoli, non ha chiesto di scegliere. Ha chiesto qualcosa di diverso, e cioè di ritrovare la dignità, l’orgoglio, la forza di chi quella maglia la indossa e sa cosa rappresenta. Ha chiesto di non arrendersi, di lottare, di non farsi travolgere dagli eventi. Il resto, poi, verrà da sé. O almeno, così si spera.

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