Vajont, la geologia di una tragedia annunciata

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono passati sessantadue anni da quando, alle 22:39 del 9 ottobre 1963, una massa immane di roccia, stimata in duecentosessanta milioni di metri cubi, si staccò dal versante del monte Toc per precipitare nell’invaso sottostante. L’evento, che Dino Buzzati descrisse con parole indimenticabili paragonandolo a «un sasso caduto in un bicchiere colmo d’acqua», generò un’onda di proporzioni inaudite che, in soli quattro minuti, cancellò interi paesi tra Erto e Casso, per poi abbattersi sul fondovalle e inghiottire Longarone con le sue frazioni. Il bilancio, di una crudezza che ancora oggi ferisce, fu di millenovecentodieci vite spezzate, mentre la diga, il gioiello ingegneristico costruito dalla Sade per alimentare il boom economico, rimase intatta, muto testimone di una sciagura che aveva le sue radici in un equilibrio geologico profondamente vulnerabile.

L'uomo e la montagna: un rapporto fragile

La costruzione della diga, un’opera faraonica concepita per sfruttare la forza idroelettrica, andò di fatto a interferire con una paleofrana preesistente, risvegliando forze che per millenni erano rimaste quiescenti. L’intervento umano, che aveva inserito un Corpo estraneo in un ambiente la cui complessità era stata in qualche modo trascurata, innescò una dinamica i cui esiti si rivelarono catastrofici proprio quando ogni possibilità di intervento correttivo era ormai svanita. La tragedia, che si consumò in una manciata di minuti, rappresenta dunque il punto di arrivo di un processo i cui segnali, come avrebbero poi accertato le inchieste, non furono colti nella loro reale portata.

La memoria e le tradizioni sopravvissute

Anna Barzan, originaria di Casso, oggi abitante a Vajont, con le sue parole restituisce il senso di uno smembramento che fu non solo fisico ma anche sociale e affettivo. «A noi di Casso ci hanno proprio smembrati. Ma il nostro cuore è lassù», ha dichiarato in occasione di una delle recenti cerimonie commemorative, tenutesi nella chiesetta di Santa Maria Immacolata, a pochi passi dal coronamento della diga. È attraverso il perpetuarsi di gesti e canti, nonostante la dispersione forzata dei suoi abitanti, che la memoria di quei luoghi continua a vivere, resistendo al tentativo di cancellazione operato dall’acqua e dal fango.

Le indagini e la geologia del disastro

Se le responsabilità umane nella gestione dell’opera e dei suoi pericoli sono state oggetto di approfondite indagini giudiziarie e di una vasta divulgazione, gli aspetti puramente geologici che furono all’origine del disastro hanno richiesto, e richiedono tuttora, un’analisi altrettanto minuziosa. La tragedia del Vajont si configura infatti come uno degli eventi di dissesto idrogeologico più studiati a livello globale, un caso paradigmatico dell’interazione, spesso conflittuale, tra tecnologia e ambiente. Numerosi specialisti, negli anni, hanno dedicato le proprie ricerche alla comprensione del bacino del Vajont e della struttura del monte Toc, cercando di decifrare le intricate ragioni che portarono al distacco di quella che, in sostanza, era una montagna dentro un’altra montagna.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.