L'Europa sblocca 1,8 miliardi per Kiev mentre il nodo degli asset russi divide il Belgio
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Redazione Esteri
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Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il suo via libera formale a un nuovo pagamento da 1,8 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, un trasferimento che costituisce la quinta erogazione regolare nell’ambito dello Strumento per l’Ucraina. La decisione, annunciata ufficialmente attraverso un comunicato, giunge in un momento di profonda riflessione strategica per i Ventisette, i quali, dopo il disimpegno finanziario deciso dall’amministrazione di Donald Trump, si trovano a dover sostenere da soli le sorti del bilancio di Kiev. Se nei primi tre anni di conflitto, come attestano i dati dell’Istituto Kiel per l’Economia Mondiale, gli aiuti complessivi avevano mostrato una traiettoria crescente – passando da 74 miliardi di euro nel 2022 a 89 miliardi lo scorso anno –, l’apporto statunitense, che in precedenza superava lievemente quello europeo, viene ora a mancare, lasciando un vuoto che Bruxelles è chiamata a colmare con le proprie forze.
Il piano da 140 miliardi e l'opposizione belga
Parallelamente all’erogazione immediata, le istituzioni europee sono alle prese con una questione di ben più ampia portata, che riguarda la possibilità di destinare all’Ucraina gli ingenti asset russi attualmente congelati. L’idea, che suscita non poche tensioni, prevede di sbloccare fino a 140 miliardi di euro proprio da quelle risorse, un’operazione che viene vista da molti come la salvezza più immediata per garantire una parvenza di stabilità economica a un paese le cui casse statali sono ormai prosciugate. Tuttavia, su questo fronte audace, che potrebbe generare scosse sismiche all’interno della Commissione, si scontra la ferma opposizione del Belgio, il quale avanza riserve sostanziali e mette in guardia dai “troppi rischi” che un’iniziativa del genere comporterebbe.
La questione Euroclear e la posizione solitaria di Bruxelles
Al centro del dibattito, che vedrà i vertici dell’Unione confrontarsi con i rappresentanti del governo belga nel tentativo di superare l’impasse, vi è la localizzazione di questi beni. La gran parte degli asset della Banca centrale russa, infatti, risulta detenuta presso Euroclear, il deposito centrale di titoli la cui sede operativa si trova a Bruxelles. È proprio questa concentrazione geografica a porre il Belgio in una posizione delicatissima, tanto che il primo ministro Bart De Wever, durante il vertice dello scorso mese, ha manifestato un netto dissenso, lamentando di sentirsi messo sotto torchio per bloccare il piano di prestito. Una parte considerevole di essi, che alcuni alleati del G7 stimano complessivamente in circa 300 miliardi di euro sparsi nelle varie giurisdizioni, si trova dunque in territorio belga, un fatto che rende la sua cooperazione indispensabile e, al contempo, estremamente controversa.
La complessa partita finanziaria e le sue implicazioni
Mentre Kiev attende con ansia non solo i fondi già stanziati ma anche una soluzione strutturale per il suo finanziamento a lungo termine, la partita giocata nelle sedi europee rivela tutta la sua complessità. Da un lato, si procede con le erogazioni ordinarie, seppur di entità più modesta; dall’altro, si tenta di aprire un capitolo completamente nuovo, e giuridicamente inedito, utilizzando capitali congelati per finanziare le riparazioni di un paese in guerra. La posta in gioco è altissima, poiché oltre alle immediate necessità ucraine, sono in ballo la coesione europea e la definizione di un precedente che potrebbe avere ripercussioni internazionali di vasta portata, senza che vi sia, al momento, un accordo unanime su come gestire una simile operazione.




