L'incognita degli asset russi: l'Ue cerca una soluzione per Kiev prima di Natale
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Redazione Esteri
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C'è una scadenza che incombe sul tavolo dei leader europei, fissata al 18 dicembre, e un obiettivo politico dichiarato con risolutezza: fornire all'Ucraina, il cui bilancio guarda al 2026 con un senso di vertigine per le enormi difficoltà finanziarie, una prospettiva di sostenibilità economica. La strada individuata dalla Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, passa per l'utilizzo degli straordinari profitti generati dalle riserve russe congelate, un ammontare che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro, per garantire un prestito riparatore a Kiev. L'operazione, allo studio da mesi, si scontra però con una serie di ostacoli giuridici e finanziari di non poco conto, trasformandosi in un rompicapo istituzionale che coinvolge direttamente anche la Banca centrale europea, la quale, secondo quanto rivelato da fonti di stampa internazionale, avrebbe espresso parere contrario sul fornire garanzie per l'operazione stessa.
Il nodo delle garanzie e il ruolo della Bce
Il cuore della disputa, emerso pubblicamente attraverso alcune indiscrezioni, risiede nella richiesta di copertura finanziaria avanzata da alcuni stati membri e dalla stessa piattaforma Euroclear, che materialmente detiene gli asset. L'idea di Bruxelles, infatti, non prevede un sequestro formale del capitale ma il suo utilizzo come garanzia per emettere nuovi titoli di debito, un meccanismo che richiederebbe un prestatore di ultima istanza in caso di default. La Bce, malgrado la retorica politica dominante sulla necessità di un sostegno incondizionato a Kiev, ha fatto muro su questo punto, infrangendo le speranze di una soluzione rapida. L'istituto di Francoforte, la cui priorità rimane la stabilità finanziaria dell'area euro, ha quindi comunicato di non essere disposto a farsi carico dei rischi legati a un'eventuale reazione legale della Russia, la quale, in futuro, potrebbe reclamare con successo la restituzione dei fondi confiscati.
Il quadro geopolitico e i timori degli stati membri
A complicare ulteriormente il quadro, del resto, vi è il delicato contesto internazionale, monitorato non solo dai diretti interessati Zelensky e Putin, ma anche dalla nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, il cui approccio alla questione ucraina introduce elementi di incertezza aggiuntiva. Molti paesi dell'Unione, specialmente quelli con forti interdipendenze energetiche o geografiche con Mosca, temono ritorsioni economiche o legali qualora l'operazione procedesse senza un paracadute finanziario solido. Questo braccio di ferro, che vede la Commissione spingere per un accordo politico ambizioso e la Bce richiamare ai propri statuti e alla prudenza, rischia così di ritardare o addirittura ridimensionare il piano, lasciando Kiev in una posizione di attesa mentre il conto alla roveszia delle proprie casse continua inesorabile.
La complessità giuridica e la strada da percorrere
La questione degli asset russi, che pure appare come una risorsa immediatamente disponibile, si rivela dunque di una complessità estrema, annodata tra diritto internazionale, stabilità dei mercati e calcolo politico. Senza una soluzione condivisa sulla garanzia, che qualcuno dovrà pur fornire, il prestito da 140 miliardi rischia di rimanere lettera morta. I leader europei, riuniti in Consiglio prima delle festività, dovranno pertanto trovare un compromesso che possa conciliare l'urgenza del sostegno a un paese in guerra con la necessità di proteggere il sistema finanziario europeo da possibili contenziosi miliardari, un'impresa per la quale, al momento, non esiste ancora una ricetta pronta e convalidata da tutte le istituzioni coinvolte.




