Petrachi e quel «blocco italiano» per risollevare un toro depresso
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Redazione Sport
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«Ci vuole un blocco italiano». A dirlo, con la consueta schiettezza che non teme le frasi fatte, è Gianluca Petrachi, direttore sportivo del Torino tornato in granata lo scorso dicembre dopo la prima esperienza tra il 2010 e il 2019. L’uomo, che del calcio ha imparato a sue spese la durezza, sta cercando di ricostruire pezzo per pezzo un ambiente che lui stesso definisce, senza troppi giri di parole, «depresso, non sano, addirittura disfattista». Parole pesanti, rilasciate ai microfoni di Sky, che hanno subito fatto rumore soprattutto tra una tifoseria già da tempo in trincea contro il presidente Urbano Cairo. Petrachi, però, non si nasconde: ha ereditato una squadra che lotta per non affondare – la salvezza resta un obiettivo «molto importante» in un campionato complicato – e il suo primo compito è proprio quello di isolare il gruppo da un malessere profondo. «Qui purtroppo – ha spiegato – c’è sempre l’alibi che sia colpa di qualcun altro».
Un ritorno con cicatrici e la lezione di Ventura
Petrachi non è un dirigente qualunque per questo club. L’ha già frequentato a sufficienza nel terzo millennio, quello del Torino di Cairo, uscendone e rientrandovi con qualche cicatrice in più sulla scorza di uomo tosto. Proprio per questa esperienza pregressa, avrebbe potuto dosare meglio certe affermazioni, eppure sceglie la linea dura: «Voglio infondere quel tremendismo da Toro». Il riferimento, esplicito, è all’era Ventura, quando esisteva un’unità di intenti e una simbiosi quasi perfetta tra spogliatoio e tifosi. Oggi quella sintesi è saltata. La contestazione verso la proprietà è costante, tanto che i settori più caldi hanno disertato lo stadio in segno di protesta. Petrachi, da parte sua, non cerca alibi: «Faccio di tutto per far capire ai giocatori la passione e il senso di appartenenza», ha detto, sottolineando come l’intento delle sue parole – per quanto dure – sia esclusivamente costruttivo.
L’errore di bersaglio e la costruzione del futuro
Secondo alcuni osservatori, il bersaglio delle critiche di Petrachi rischia di essere sbagliato. Perché se è vero che l’ambiente appare «molto complicato» – lo ha ammesso lui stesso – è altrettanto vero che la contestazione trova il suo principale referente in Cairo, non certo in una squadra che pure fatica a raccogliere punti. Il ds granata, però, non entra nel merito delle responsabilità altrui. Preferisce guardare avanti: dopo aver conquistato la salvezza – obiettivo immediato e imprescindibile – il suo progetto è «realizzare un Toro vincente». La ricetta passa attraverso quel «blocco italiano» menzionato all’inizio, ovvero una spina dorsale di giocatori nostrani che possano restituire identità e senso di appartenenza a un gruppo che ne ha smarrito entrambi. Petrachi, insomma, non parla di rivoluzioni epocali, ma di un cantiere aperto già da ora.
Un ambiente da isolare per ritrovare la salvezza
La strategia, in questa fase, è chiara: proteggere la squadra dal clima esterno. «Sto cercando di isolare il gruppo – ha confessato – perché qui c’è sempre l’alibi». Un’ammissione che suona come un’autocritica indiretta a un club abituato a scaricare le colpe, ma anche come un tentativo di riportare tutti con i piedi per terra. La salvezza, in un campionato che cambia pelle ogni settimana, resta un traguardo tutt’altro che scontato. Petrachi lo sa, e per questo non lancia proclami. Piuttosto, cerca di ricostruire quella «unità» che ai tempi di Ventura faceva la differenza. Il lavoro è appena iniziato, e il margine di errore è minimo. Ma l’ex direttore sportivo della prima era Cairo non si tira indietro: «Ce la sto mettendo tutta per cambiare questo malessere», ha assicurato. E intanto pensa già al nuovo Toro.




