Patto di stabilità, cosa prevedono le regole europee e quali margini ha l'Italia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Patto di stabilità e crescita è l'insieme di norme con cui l'Unione europea coordina le politiche di bilancio degli Stati membri, per evitare che deficit e debito pubblico raggiungano livelli considerati eccessivi. Il deficit si verifica quando, in un anno, lo Stato spende più di quanto incassa; il debito pubblico, invece, è lo stock di debiti accumulati nel tempo. I valori di riferimento tradizionali sono due: il deficit non dovrebbe superare il 3 per cento del prodotto interno lordo, mentre il debito dovrebbe restare entro il 60 per cento.

Si tratta di soglie che l'Italia ha superato da tempo su entrambi i fronti, il che spiega la particolare attenzione con cui il governo segue ogni passaggio negoziale a Bruxelles.

La riforma entrata in vigore nella primavera del 2024

Dal 30 aprile 2024 è in vigore il nuovo quadro di governance economica, che ha riscritto il braccio preventivo del Patto. Il perno del sistema sono i Piani strutturali di bilancio di medio termine, documenti quinquennali con cui ogni Stato membro definisce il proprio percorso di finanza pubblica insieme a un programma di riforme e investimenti. L'Italia ha presentato il suo primo Piano per il periodo 2025-2029, costruito su un percorso di aggiustamento settennale, rispetto ai quattro anni ordinari, grazie agli impegni di riforma e investimento assunti anche nell'ambito del Pnrr.

Il Piano italiano prevede una correzione media del saldo primario strutturale pari a circa 0,53 punti percentuali di Pil all'anno e un tasso di crescita medio della spesa netta intorno all'1,5 per cento nel periodo di aggiustamento.

Le clausole di salvaguardia e la flessibilità per difesa ed energia

Il quadro riformato contempla meccanismi di deroga temporanea dai vincoli di spesa. La clausola di salvaguardia nazionale consente a uno Stato membro di deviare dal percorso concordato in circostanze eccezionali, a condizione che la deviazione non metta a rischio la sostenibilità fiscale di medio periodo. Nel corso del 2025 la clausola è stata attivata per numerosi Paesi per far fronte all'aumento delle spese di difesa, con un margine aggiuntivo fino all'1,5 per cento del Pil all'anno nel periodo 2025-2028.

Successivamente, la Commissione ha esteso l'ambito di applicazione anche a determinate misure di sicurezza energetica: la flessibilità aggiuntiva per questo capitolo è pari allo 0,3 per cento del Pil all'anno e allo 0,6 per cento cumulato nel triennio 2026-2028, sempre all'interno del tetto complessivo dell'1,5 per cento. Per l'Italia, secondo le stime diffuse in primavera, lo spazio per gli investimenti energetici si traduce in circa 6,8 miliardi di euro l'anno, fino a poco più di 13 miliardi nell'arco del periodo considerato.

La richiesta italiana e i paletti della Commissione

L'11 settembre 2026 l'Italia ha presentato formale richiesta di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, diventando il diciannovesimo Stato membro a farlo. La Commissione europea ha valutato positivamente l'istanza, con la motivazione che l'attivazione non compromette la sostenibilità fiscale di medio termine del Paese. Il fascicolo è ora passato al Consiglio dell'Ue, che ha un mese di tempo per il via libera definitivo.

In parallelo, il governo italiano ha chiesto un ulteriore margine di flessibilità per tenere conto dell'impatto dell'inflazione sulla spesa nominale, un tema portato dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti al confronto tra i ministri delle Finanze. La risposta del commissario europeo all'Economia Valdis Dombrovskis è stata netta: secondo quanto dichiarato in conferenza stampa, non è possibile continuare a introdurre nuove forme di flessibilità fiscale, perché una deroga ulteriore potrebbe mettere in dubbio la determinazione collettiva a rispettare il quadro delle regole.

Dombrovskis ha comunque precisato che le richieste italiana e greca saranno esaminate più a fondo, ricordando che le regole attuali contengono già elementi che tengono conto dell'effetto dell'inflazione sulla traiettoria della spesa netta. Il negoziato, avviato da una lettera inviata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, resta aperto, ma i margini appaiono circoscritti alle clausole già in vigore e alle relative dotazioni finanziarie.

Gli spazi effettivi nel quadro corrente

Al netto delle dichiarazioni politiche, la flessibilità concretamente disponibile per l'Italia passa attraverso i due canali già aperti: la difesa, con il tetto dell'1,5 per cento del Pil, e la sicurezza energetica, con il margine dello 0,3 per cento annuo. Si tratta di spazi vincolati a investimenti specifici, non a spese correnti o a sostegni generalizzati ai consumi.

Il margine per la difesa può essere utilizzato per spese considerate strategiche; quello energetico è destinato a infrastrutture di rete, sistemi di accumulo, efficienza e sostegno alla capacità produttiva delle tecnologie pulite. Restano invece esclusi gli interventi assimilabili a sussidi generalizzati e le misure che sovvenzionano l'uso dei combustibili fossili. La partita negoziale si gioca dunque su quanto di questi spazi sarà effettivamente utilizzabile nella prossima legge di Bilancio e su come il Consiglio deciderà in merito alla richiesta formale presentata a settembre.

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