Il passo indietro di Stefano Gabbana e il bivio finanziario di Dolce
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Redazione Economia
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Non c’è stata alcuna cerimonia di addio, nessun comunicato trionfale né una di quelle dichiarazioni cariche di retorica a cui l’industria della moda ci ha abituati. La notizia, che avrebbe potuto far tremare i salotti buoni del lusso italiano, è trapelata quasi in sordina a mesi di distanza dai fatti, come un segreto di famiglia mal celato che alla fine trova comunque il modo di venire a galla. Stefano Gabbana, che con Domenico Dolce ha costruito un impero partito da una sartoria milanese nel lontano 1985, ha rimesso nelle mani di altri il timone della presidenza del gruppo che pure porta il suo nome. Le carte depositate alla Camera di commercio parlano chiaro: le dimissioni erano già state formalizzate nel dicembre del 2025, ma solo nella serata del 9 aprile l’agenzia Bloomberg ha rotto quell’insolito silenzio, trasformando una pratica burocratica in una notizia globale. A raccogliere l’eredità pesante di quella poltrona è Alfonso Dolce, fratello di Domenico e già amministratore delegato della società, un movimento che sa di continuità familiare ma che nasconde, nelle pieghe della governance, una strategia ben più articolata.
Un debito da 450 milioni e la crisi silenziosa del Golfo
Ciò che rende questo passaggio di consegne tutt’altro che una routine amministrativa è il contesto economico incandescente in cui avviene. La maison, che pure può vantare ricavi intorno a 1,9 miliardi di euro nell’ultimo esercizio, si trova oggi a fare i conti con un’esposizione bancaria che sfiora i 450 milioni di euro. Una cifra significativa, certo, ma non insormontabile sulla carta; il vero nodo, però, è la tempistica. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran ha gettato un’ombra lunga e minacciosa sull’economia dell’area del Golfo, uno dei mercati più redditizi per il lusso globale e, specificatamente, un terreno di caccia privilegiato per Dolce&Gabbana. Proprio quando il gruppo aveva deciso di puntare con decisione su quella regione, siglando a fine 2024 una partnership ambiziosa con Diriyah Gate Company per sviluppare un’esperienza di brand di duemila metri quadrati in Arabia Saudita, il contesto geopolitico è cambiato radicalmente, mettendo in crisi le proiezioni di crescita e comprimendo i margini.
Il doppio scudo del Mef tra garanzie Sace e finanziamenti Cdp
A sorvegliare silenziosamente le operazioni di salvataggio di uno dei gioielli del made in Italy c’è però il sostegno poderoso dello Stato, che attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha messo in campo una serie di strumenti per evitare che la tensione finanziaria degenerasse. Non si parla di un semplice aumento di capitale, ipotesi che per ora è stata esclusa grazie alle disponibilità liquide residue e alla volontà dei vertici di cedere eventualmente alcuni asset non strategici; piuttosto, l’architrave del sostegno pubblico poggia su una struttura a doppio binario. Da un lato, troviamo la Sace, che ha concesso una garanzia di base coprendo fino al 50% di una linea di credito a medio-lungo termine da 100 milioni di euro, erogata la scorsa estate da un pool misto di istituti (tra cui Intesa Sanpaolo, Bnl Bnp Paribas e Banco Bpm). Dall’altro, c’è la presenza di Cassa depositi e prestiti (Cdp) che, di fatto, cementa l’interesse nazionale nel mantenere in vita e competitiva una realtà che rappresenta un pezzo di storia del design tricolore. Sotto la guida dell’advisor Rothschild, le interlocuzioni con le banche creditrici sono quindi entrate nel vivo, con l’obiettivo di rivedere i termini di quell’indebitamento e spingerne la scadenza fino al 2030, dando al gruppo quel respiro necessario per riorganizzarsi.
Una poltrona vuota, ma lo studio resta aperto
Se il fronte finanziario è in ebollizione, il fronte creativo cerca disperatamente di trasmettere un messaggio di assoluta normalità. Dalla maison arriva una nota secca, quasi timida, che puntualizza come le dimissioni dalla carica di presidente non abbiano «alcuna influenza sulle attività creative svolte a favore del gruppo». In altre parole, Stefano Gabbana potrebbe aver lasciato la poltrona e le deleghe esecutive, ma non certo il tavolo da disegno. L’apparizione pubblica dei due soci insieme durante la Milano Fashion Week di febbraio, scattata mentre accoglievano Madonna tra i flash dei fotografi, sembra confermare questa narrazione di una divisione netta tra la gestione patrimoniale e la produzione artistica. Tuttavia, per chi osserva il settore con attenzione, il vero terremoto potrebbe ancora dover arrivare. Lo stilista, che detiene il 40% del capitale (esattamente come il socio Domenico, mentre il resto è frazionato tra i familiari Dolce), starebbe infatti valutando diverse opzioni strategiche per la sua quota. Cederla a un partner esterno? Tenerla in una gestione fiduciaria? La domanda aleggia nei consigli di amministrazione mentre, in parallelo, si rincorrono i rumors relativi all’arrivo imminente di un manager pesante come Stefano Cantino, ex ceo di Gucci, che dovrebbe affiancare la nuova governance per traghettare l’azienda verso una gestione meno artigianale e più rate. La valutazione complessiva del gruppo, stando alle stime degli analisti che hanno messo naso nei bilanci, oscilla comunque tra i 5 e i 7 miliardi di euro, un tesoro che nessuno vuole vedere depredato dalle incertezze dei mercati.




