Il silenzio dopo la frustrazione: il futuro di Verstappen e quel nodo chiamato Fia
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Redazione Sport
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Non è più arrabbiato, non è più deluso, e forse è proprio questo lo scoglio più insidioso per la Formula 1 contemporanea. Max Verstappen, lo si è ascoltato domenica scorsa a Suzuka, ha dichiarato di essere «andato oltre» la frustrazione, una presa di posizione che nel paddock è stata accolta come un campanello d’allarme ben più grave delle solite lamentele tecniche. Il quattro volte iridato, che solo un anno fa aveva sfiorato la rimonta perfetta perdendo il titolo mondiale per appena due punti dal campione Norris, si ritrova oggi a navigare in acque profondamente diverse: la sua Red Bull, difficile da mettere a punto, sembra aver smarrito quella superiorità schiacciante che gli aveva permesso di dominare senza troppi patemi. E non si tratta soltanto di assetto o di grip, bensì di un malessere più radicato, che affonda le radici in un regolamento tecnico – quello delle nuove power unit e delle vetture di generazione successiva – giudicato da Verstappen come un vero e proprio ridimensionamento del fattore umano alla guida.
Il peso delle nuove regole e un 2026 già segnato
L’avvio di stagione del pilota olandese è stato, per usare un eufemismo, disastroso: lontanissimo dalle prime posizioni, costretto a inseguire una messa a punto che pare sfuggirgli di mano a ogni gran premio, Verstappen ha dovuto fare i conti con una realtà che non aveva mai sperimentato dalla sua ascesa al vertice. Le sue critiche alle nuove macchine non sono sfumate, anzi, si sono fatte più taglienti, dal momento che – a suo avviso – il ruolo del pilota verrebbe progressivamente svuotato da un’eccessiva standardizzazione elettronica e aerodinamica. Chi lo segue da vicino sa che non è la prima volta che Max medita un passo indietro: già due anni fa, quando la Red Bull fu scossa dalle questioni politiche interne e dalla vicenda esplosa a Jeddah (con Verstappen schierato apertamente a difesa del padre, in un clima di tensione che avrebbe fiaccato qualsiasi altro atleta), l’idea di un ritiro anticipato aveva cominciato a circolare sottotraccia. Ma allora si trattava di ripicche momentanee, oggi no. Oggi a parlare è un uomo che dice di aver esaurito la frustrazione, e chi conosce la psicologia dei campioni sa che quella fase precede spesso decisioni irrevocabili.
Patrese e il monito al circus: «Non può permetterselo»
A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Riccardo Patrese, ex pilota di vaglia e voce non sospetta, il quale ha osservato senza troppi giri di parole che «la Formula 1 non può permettersi di perdere Verstappen». Non una difesa di parte, piuttosto la constatazione di un equilibrio fragile: togliere dal circus l’unico interprete capace di reggere il confronto generazionale con Norris, Leclerc e gli altri significherebbe privare il pubblico di quel fattore imprevedibile che tiene in vita lo spettacolo. Patrese ha anche accostato la situazione attuale a quella di Alain Prost nel 1992, quando il francese decise di ritirarsi dopo aver capito che la motivazione stava calando in maniera inesorabile: «Arriva un momento in cui hai bisogno di una pausa», ha spiegato il veneto, lasciando intendere che il problema di Verstappen non sia più tecnico, bensì psicologico. E in effetti, se un pilota che ha vinto quattro titoli mondiali consecutivi ammette di essere “andato oltre” la frustrazione, la domanda non riguarda più il setup della Red Bull o le direttive Fia. Riguarda il suo stesso futuro.
Il ruolo decisivo della Fia e l’incognita dell’anno sabbatico
L’addio di Max alla F1, insomma, è un dossier che adesso pende tutto nelle mani della Federazione: non tanto perché quest’ultima possa vietargli di smettere, ma perché solo un ripensamento sostanziale delle regole – quelle che lui considera penalizzanti per la guida “pura” – potrebbe trattenerlo. Nel frattempo, nel paddock si susseguono voci insistenti su un possibile anno sabbatico, soluzione che consentirebbe all’olandese di staccare senza bruciare definitivamente i ponti. Ma chi lo ha sentito a Suzuka riferisce di un Verstappen lucido, quasi sereno, come se la scelta fosse già stata fatta. E la differenza rispetto al passato – quando le difficoltà della Red Bull e le beghe politiche dietro le quinte lo rendevano semplicemente nervoso – è abissale. Allora si trattava di reazioni a caldo, oggi di una constatazione a freddo: il circo può continuare a girare anche senza di lui, ma a quel punto sarebbe un circo diverso, privo del suo antagonista più radicale e, forse, più autentico.




