Perché secondo l’Aifa Trump sbraita (giustamente) sui farmaci

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Robert Nisticò, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), non ha usato mezzi termini nel commentare l’ultima mossa di Donald Trump contro i prezzi dei medicinali negli Stati Uniti. "I più alti costi denunciati dal presidente americano", ha spiegato, "sono il frutto di un sistema sanitario interamente privatizzato, che finisce per gonfiare ogni voce di spesa". Al contrario, il modello italiano, basato sul Servizio sanitario nazionale e sulla negoziazione condotta dall’Aifa, garantirebbe ai cittadini "prezzi tra i più vantaggiosi dell’area OCSE".

Trump, da parte sua, ha scelto la linea dura: un ordine esecutivo che impone alle aziende farmaceutiche di ridurre i listini entro trenta giorni, allineandoli a quelli praticati nei Paesi dove i medicinali costano meno. Il piano, che sfrutta la clausola della "nazione più favorita" prevista in diversi accordi commerciali, mira a colmare un divario diventato insostenibile: negli Usa, i farmaci da prescrizione hanno prezzi medi quasi tripli rispetto a quelli di altre economie avanzate.

Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, pur senza entrare nel merito delle scelte americane, ha sottolineato come il settore farmaceutico globale sia "estremamente complesso", con dinamiche che variano a seconda dei modelli sanitari e delle politiche di regolamentazione. Quel che è certo, però, è che la mossa di Trump ha riacceso il dibattito sull’accessibilità delle cure, un tema che tocca anche l’Europa, sebbene in misura minore grazie a meccanismi di controllo più stringenti.

L’ordine esecutivo, tuttavia, non è privo di criticità. Gli analisti evidenziano come l’imposizione di dazi e la forzatura sui prezzi potrebbe innescare contenziosi legali da parte delle multinazionali del farmaco, oltre a sollevare interrogativi sulla sostenibilità di un simile intervento nel lungo periodo. Intanto, mentre la Casa Bianca difende la misura come una necessità per ridurre il carico sui contribuenti, l’industria farmaceutica americana ha già fatto sapere di considerarla "un rischio per l’innovazione".

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