La spesa farmaceutica vola a 21 miliardi, l’ombra dello sforamento torna a pesare sul servizio sanitario
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Redazione Interno
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I numeri, quelli veri, raccontano sempre una storia che le parole spesso cercano di addolcire. E la storia che emerge dagli ultimi fogli di calcolo dell’Aifa è impietosa nella sua chiarezza: la spesa farmaceutica italiana, nei primi dieci mesi del 2025, ha toccato quota 21 miliardi e 27 milioni di euro, un dato che, se paragonato ai tetti programmati, evidenzia uno scostamento di 3,77 miliardi, pari a un incremento del 15,3% rispetto alle previsioni. A dispetto dei richiami formali e delle riunioni interministeriali che si susseguono senza troppa convinzione, la macchina della sanità continua a bruciare risorse a un ritmo che, fino a qualche stagione fa, sarebbe sembrato inverosimile. Eppure, a guardare bene i percentuali, non si tratta soltanto di un’impennata improvvisa, quanto piuttosto della conferma di una deriva strutturale che il sistema fatica a contrastare, alimentata da un doppio canale di approvvigionamento che sembra viaggiare su binari autonomi.
Ad alimentare questa voragine, la cui voracità sembra non conoscere soste, concorrono due componenti principali: da un lato la cosiddetta spesa “per acquisti diretti”, quella sostenuta dalle strutture pubbliche per i farmaci somministrati in ospedale o in distribuzione diretta, che da sola ha raggiunto i 13,6 miliardi di euro (con un’incidenza sul Fondo sanitario nazionale, il Fsn, pari al 12,06% a fronte di un tetto fissato all’8,3%) -4-8; dall’altro la spesa “convenzionata”, quella erogata attraverso le farmacie aperte al pubblico, che si è fermata a 7,2 miliardi e nonostante resti tecnicamente entro i limiti (6,39% contro un tetto del 6,8%) mostra comunque una tendenza al rialzo difficile da ignorare.
La diretta non frena e il sistema scricchiola sotto il peso di 4,2 miliardi di sforamento
A preoccupare gli osservatori, e si presume anche i vertici dell’Agenzia del farmaco, è quasi esclusivamente la performance degli acquisti diretti, un capitolo che vale più del sessanta per cento della torta complessiva e che genera da solo uno sforamento di 4,24 miliardi di euro. Il meccanismo, per quanto complesso, è chiaro nella sua sostanza: si tratta di medicinali – spesso quelli più innovativi o destinati a terapie ospedaliere – che le Regioni acquistano direttamente e il cui costo ha subito una crescita persistente e solo marginalmente rallentata. Se è vero che l’Aifa, nel commentare i dati di ottobre 2025, ha rilevato un incremento dell’8,8% rispetto allo stesso periodo del 2024, un dato lievemente inferiore al +10,2% registrato tra il 2023 e il 2024, è altrettanto vero che il livello assoluto della spesa non accenna a ritornare verso i parametri programmati.
Si tratta, in fondo, di una fotografia che restituisce un’Italia a due velocità: quella della sanità territoriale, che riesce ancora a restare entro i limiti (seppur con un avanzo ridotto a 461,3 milioni di euro), e quella della sanità ospedaliera dove le Regioni, di fronte all’obbligo di garantire le cure, sembrano aver perso ogni bussola di contenimento della spesa. A complicare ulteriormente il quadro, quasi a voler aggiungere un elemento di disturbo a un equilibrio già precario, si è inserita la riclassificazione di alcuni farmaci antidiabetici (le gliflozine), una decisione tecnica che ha spostato parte del peso economico dalla diretta alla convenzionata, mascherando in parte la reale entità della crescita nel canale ospedaliero.
L’effetto gliflozine e le differenze territoriali: una mappa a macchia di leopardo
Le statistiche nazionali, si sa, hanno il difetto di appiattire le differenze. Così, mentre sulla carta la spesa convenzionata è cresciuta di 252,6 milioni di euro (+3,7%) con un aumento delle dosi giornaliere dispensate pari allo 0,4%, nella realtà dei fatti la situazione cambia radicalmente se si incrociano i dati con la cartina geografica. Nel dettaglio, ben otto Regioni hanno già oltrepassato il tetto della convenzionata (fissato al 6,80%), mentre cinque amministrazioni viaggiano ampiamente al di sotto della soglia (addirittura sotto il 5,5%), una frammentazione che rende complicata qualsiasi strategia di contenimento uniforme.
La variabilità si fa ancora più marcata guardando agli acquisti diretti, dove l’incidenza della spesa sul Fsn oscilla in modo clamoroso: se la Sardegna raggiunge il 15,04%, la Lombardia e la Provincia autonoma di Trento si attestano rispettivamente al 10,10% e al 10,03%. Queste differenze, che non possono essere liquidate soltanto con variabili demografiche o epidemiologiche, raccontano piuttosto di modelli organizzativi diversi e di una capacità negoziale non omogenea da parte delle Regioni. I dati, ma neppure troppo, considerano anche alcune voci che restano fuori dai tetti principali: la spesa per farmaci innovativi e per gli antibiotici contro i germi multiresistenti (pari a 654,9 milioni di euro) e quella per i cosiddetti gas medicinali (212,6 milioni) sono contabilizzate a parte, un espediente contabile che alleggerisce le cifre principali senza però ridurre l’impatto reale sui bilanci regionali.
Un’asticella che si alza da vent’anni e che nessuno riesce più ad abbassare
Inquadrare l’emergenza odierna senza uno sguardo al passato sarebbe, a parere di chi scrive, operazione miope. L’Aifa stessa, nel presentare il monitoraggio, ha sottolineato come il trend di crescita osservato in Italia sia sostanzialmente allineato con quello degli altri Paesi a economia avanzata, una sorta di consolazione statistica che però non restituisce nulla alle casse del servizio sanitario nazionale. Da oltre vent’anni, la spesa farmaceutica procede inarrestabile, spinta da due fattori epocali e difficilmente arginabili: da una parte l’innovazione tecnologica che produce farmaci biotecnologici e terapie avanzate dai costi proibitivi, dall’altra l’invecchiamento della popolazione, un processo demografico che moltiplica i consumi di medicinali in modo pressoché automatico.
A niente, per adesso, sono valsi i richiami del ministero della Salute o le telefonate di Palazzo Chigi; a niente sono serviti i meccanismi di payback che per anni hanno tentato di sanare gli sforamenti scaricando i costi sulle aziende farmaceutiche. I numeri relativi ai primi dieci mesi del 2025, resi noti dall’agenzia attraverso i suoi canali ufficiali, parlano di un aumento della spesa complessiva del 6,9% rispetto allo stesso arco temporale del 2024: un incremento di 1,36 miliardi di euro che rischia di vanificare qualsiasi sforzo di programmazione finanziaria. La sensazione, mentre le lancette dell’orologio scandiscono l’avvicinarsi della fine dell’anno, è quella di assistere all’ennesima conferma di una legge ferrea: la salute non ha prezzo, ma senza un serio governo della spesa il conto, prima o poi, si ripresenterà in bella vista sulle scrivanie di chi dovrà tagliare altrove.




