Guerra e diplomazia, il nodo libanese blocca l’intesa tra Stati Uniti e Iran
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Redazione Esteri
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La dinamica degli eventi, in questa fase del conflitto che oppone Washington a Teheran, sembra essersi incagliata su uno scoglio tutt’altro che marginale: il Libano. Nonostante i raid statunitensi che hanno preso di mira stazioni radar iraniane – un’azione alla quale i Pasdaran hanno replicato con il lancio di missili verso il Kuwait e il Bahrein, come riportato dalle agenzie – la trattativa per un cessate il fuolo complessivo arranca.
Il vero banco di prova, a guardare i fatti, non è tanto il fronte dello Stretto di Hormuz – sebbene la sua riapertura rappresenti un obiettivo economico imprescindibile – quanto piuttosto il destino delle milizie filoiraniane in Libano. È qui, in questo lembo di terra martoriato, che la strategia americana incontra la sua contraddizione più aspra: Hezbollah, infatti, non ha alcuna intenzione di deporre le armi, e la sua intransigenza sta di fatto sabotando i piani di riconciliazione dell’amministrazione Trump, ormai da oltre un anno stabilmente alla Casa Bianca.
L’accordo, insomma, arranca non tanto per le questioni tecniche legate all’arricchimento dell’uranio – che Trump liquida con proverbiale disinvoltura affermando che gli Stati Uniti potrebbero impossessarsene anche senza un’intesa formale – ma per la cronica incapacità di scindere il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran dalle dinamiche interne del Libano.
La dottrina khomeinista e il veto di Hezbollah
La posizione di Beirut, lo si legge nei resoconti diplomatici, è di una durezza tale da aver indotto il governo libanese a rivolgere accuse esplicite a Teheran, quasi a voler scaricare su di essa la responsabilità di essere ridotti a “merce di scambio”. E non si tratta di una metafora, se si considera che i rappresentanti del governo – quello stesso governo che subisce le bombe israeliane – hanno denunciato come i Pasdaran utilizzino il loro paese come una pedina negoziale per strappare concessioni a Washington.
È questo, forse, il paradosso più evidente di una guerra che sembra non avere fine: mentre gli inviati del presidente americano (Steve Witkoff e Jared Kushner si sono recati giovedì al laboratorio nazionale di Oak Ridge, in Tennessee, per consultarsi con un team di esperti tecnici che potrebbero giocare un ruolo nei futuri negoziati) studiano le clausole per il controllo atomico, Hezbollah rifiuta il cessate il fuoco sul campo.
L’organizzazione sciita, incassato il sostegno logistico della Repubblica delle Mollah, non intende arretrare di un millimetro, dimostrando che la sua agenda non coincide necessariamente con quella di chi la finanzia e armeggia. Il risultato è una paralisi negoziale: l’Iran, da un lato, chiede che il Libano venga incluso nel pacchetto di sicurezza regionale; gli Stati Uniti, dall’altro, non possono accettare che la sopravvivenza di Hezbollah diventi una condizione per la pace.
La strategia dei raid incrociati
Sul terreno, intanto, le ostilità continuano a dettare legge, creando una sorta di “poker” militare dove ogni mossa al tavolo negoziale corrisponde a un’escalation sul campo. Dopo gli attacchi alle postazioni radar, i Guardiani della Rivoluzione hanno risposto colpendo obiettivi in Kuwait e Bahrein, nazioni che ospitano basi americane, in una dimostrazione di forza che mira a ricordare a Trump che l’escalation è un gioco pericoloso.
E proprio il presidente degli Stati Uniti, lungi dal mostrarsi preoccupato, ha ribadito la sua linea dura: «Non firmano l’accordo perché sono forti e orgogliosi», avrebbe detto secondo fonti vicine alla Casa Bianca, suggerendo che la chiave di volta potrebbe essere una pressione militare costante, quasi asfissiante. Tuttavia, anche l’opzione della forza mostra i suoi limiti. I raid, sebbene mirati a degradare le capacità difensive iraniane, non stanno sortendo l’effetto di piegare la volontà politica di Teheran, né tantomeno quella dei suoi alleati libanesi.
E mentre i tecnici di Oak Ridge si preparano a eventuali ispirazioni sul dossier nucleare, il Libano sprofonda ulteriormente nel caos: vittima sacrificale di una partita che non la vede protagonista, ma che ne determinerà il destino per i decenni a venire.
Un accordo incompiuto o l’illusione di una tregua?
Dopo mesi di conflitti intermittenti e di annunci che hanno spesso preceduto la realtà dei fatti, ci si chiede se il “cessate il fuoco” abbia ancora un significato reale o non sia diventato, piuttosto, una formula retorica per rinominare la guerra. Il Libano, in questo senso, rappresenta il termometro più fedele di una crisi più ampia: se Hezbollah continua a lanciare razzi e a rifiutare la resa dei conti, è evidente che l’intesa tra Trump e la guida suprema iraniana resta sulla carta.
Nessuno, per ora, è riuscito a trovare la quadratura del cerchio che tenga insieme la riapertura dello Stretto di Hormuz (fondamentale per calmierare i prezzi del petrolio in vista delle scadenze elettorali americane) con le pretese di sicurezza di Israele – che guarda con sospetto a qualsiasi accordo lasci intatto il potenziale missilistico di Hezbollah. La partita, quindi, rimane aperta e sostanzialmente irrisolta. Quello che appariva come un possibile epilogo a febbraio si è trasformato in un pantano diplomatico, dove la cronaca nera si mescola ai colpi bassi della realpolitik.
E mentre i giornali parlano di “passi avanti” o di “ottimismo”, la realtà per libanesi e iraniani è fatta di macerie e di attacchi missilistici, in attesa che qualcuno, prima o poi, decida davvero di voltare pagina.




