Netanyahu e la frattura con Trump sul nodo libanese dopo l'accordo Usa-Iran
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Redazione Esteri
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Il memorandum d'intesa raggiunto tra Stati Uniti e Iran il 15 giugno, la cui firma è attesa per il 19 giugno a Ginevra, ha riaperto una frattura profonda tra Washington e Gerusalemme, che sembrava ormai ricucita dai recenti successi militari conseguiti in tandem contro la minaccia rappresentata dalla Repubblica Islamica.
L'accordo, che prevede una cessazione permanente delle ostilità su tutti i fronti – incluso, appunto, quello libanese – e la riapertura dello Stretto di Hormuz, lascia tuttavia a un periodo negoziale di sessanta giorni la definizione dell'intesa sul programma nucleare iraniano, un tema che da sempre costituisce il principale casus belli per Israele, la quale non è stata formalmente coinvolta nelle trattative e ora si trova di fronte a uno scenario diplomatico che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell'intera regione a suo discapito.
L'analisi di Milshtein e il bilancio di una guerra incompiuta
In questo contesto di profonda incertezza strategica, emerge con nettezza il pensiero di Michael Milshtein, ex ufficiale dell'intelligence militare israeliana e oggi a capo del Forum degli Studi Palestinesi del Centro Moshe Dayan, considerato tra gli analisti politici più influenti del Paese; il suo giudizio sul conflitto appena conclusosi è infatti severo e privo di appelli al patriottismo, tanto che lo definisce senza mezzi termini un "fallimento totale" per lo Stato ebraico.
Secondo Milshtein, Israele si trova ora costretto ad accettare l'intesa sancita tra Stati Uniti e Iran, poiché qualsiasi altra scelta, in particolare il rifiuto di allinearsi alle direttive provenienti da Washington, lo condurrebbe verso un vero e proprio disastro nazionale, mettendo a repentaglio le conquiste ottenute sul campo e la sua stessa capacità di deterrenza futura.
Il suo ragionamento, che si basa su una lettura realistica del nuovo rapporto di forza emerso dopo l'accordo, sottolinea come la guerra abbia esposto Israele a rischi enormi senza garantire quei risultati definitivi che l'esecutivo di Netanyahu aveva promesso all'opinione pubblica, specialmente per quanto riguarda l'azzeramento della minaccia proveniente dal programma nucleare iraniano e dai suoi proxy disseminati lungo i confini.
La posizione intransigente di Netanyahu sul Libano
Netanyahu, dal canto suo, ha ribadito con fermezza che Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto in Libano, considerata strategica per condurre operazioni contro Hezbollah, e che le Forze di Difesa Israeliane manterranno le loro attuali posizioni per tutto il tempo necessario a garantire la sicurezza dei cittadini, non sentendosi vincolato da una clausola dell'accordo che non è stato lui a firmare.
Questa posizione di intransigenza, che appare in aperto contrasto con lo spirito dell'intesa raggiunta da Trump, ha generato un nuovo attrito con la Casa Bianca, dove lo stesso presidente americano non ha esitato a definire il premier israeliano "una persona molto difficile", accusandolo di aver rischiato di compromettere il negoziato con gli ultimi attacchi sferrati contro il Libano.
L'Iran, attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha prontamente risposto alle dichiarazioni di Netanyahu, avvertendo che qualsiasi attacco o prosecuzione dell'occupazione israeliana in Libano sarà considerata a tutti gli effetti una violazione del memorandum d'intesa stipulato con gli Stati Uniti, rendendo la tregua fragile e dipendente dagli sviluppi sul terreno libanese.
La difficile posizione di Trump tra le pressioni interne
Per quanto il presidente Trump, ormai saldamente alla Casa Bianca da più di un anno, cerchi di mantenere la postura del vincitore e per quanto il vicepresidente JD Vance provi a sottolineare gli aspetti positivi di questa distensione diplomatica, è ormai chiaro a tutti gli osservatori che gli Stati Uniti, nello scontro diretto con l'Iran, hanno mancato quasi tutti i loro obiettivi di guerra, mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth si è trincerato nel Pentagono evitando le sparate dei mesi scorsi a causa del crescente malumore che serpeggia tra i senatori
Repubblicani. In questo quadro, l'arrivo di Trump in Europa per il G7 ospitato dalla Francia e per la firma del Memorandum con l'Iran in Svizzera coincide con un momento di profonda difficoltà politica interna, dove le preoccupazioni sollevate da Vance sull'esaurimento delle scorte missilistiche strategiche minano la narrazione di una vittoria militare netta e pongono seri interrogativi sulla capacità degli Stati Uniti di gestire altri scenari di crisi globali.
La tensione tra la Casa Bianca e Gerusalemme, quindi, non è soltanto il riflesso di una divergenza tattica sulla gestione del Libano, ma rappresenta il sintomo più evidente di un errore di calcolo strategico che ha visto Israele sostenere militarmente un'azione statunitense che ora, sul piano diplomatico, sembra tradire le sue aspettative di sicurezza a lungo termine.




